Pelo e contropelo

Il 4 settembre 2002, per la recensione del film Ken Park, di Larry Clark, presentato nella sezione Controcorrente, della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, La Repubblica e il Corriere della Sera illustrarono i propri rispettivi interventi giornalistici interpretando ciascuno a proprio modo la stessa fotografia originaria. In ogni caso, per avere l’idea esatta della sequenza cinematografica in questione bisogna comperare i due quotidiani. Si fa così: si prende la fotografia del Corriere della Sera (a destra) e la si sovrappone, fino alla coincidenza, con quella di Repubblica (a sinistra).
Indietro negli anni, fino al 2002, mi ri/tuffo nel vortice dei concitati giorni della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, che -come ogni anno, del resto- all’inizio di quel settembre sollecitò rilevazioni giornalistiche a tutto campo: dall’avvenimento in sé alla mondanità di contorno, dalla critica dei film in concorso e fuori concorso alla socialità degli argomenti affrontati.
Proprio a questo mi aggancio, con una semplice osservazione fotografica risvegliata dalla comparazione tra due quotidiani a diffusione nazionale. Mercoledì quattro settembre (2002) tenne sostanzialmente banco l’approfondimento del film Ken Park, di Larry Clark, presentato nella sezione Controcorrente, per il quale furono declinate considerazioni sostanzialmente omogenee. A parte i contenuti del film, espliciti e impliciti, sui quali non intendo soffermarmi (soprattutto a distanza di così tanto tempo), dal mio punto di vista viziato osservo ancora oggi qualcosa d’altro. Sia La Repubblica, sia il Corriere della Sera illustrarono i propri rispettivi interventi giornalistici, uno di Natalia Aspesi (Alla fine lo choc è arrivato, ma quanto sa di vecchio) e l’altro di Giovanna Grassi (Ragazzi perversi e violenti: ecco il film scandalo), con la medesima immagine… all’origine.
Come testimonio, presentando le due diverse inquadrature, la fotografia originaria fu interpretata in modo diverso dai due quotidiani: uno diede spazio e ribalta soltanto alla nudità della ragazza in primo piano; l’altro preferì richiamare la situazione, evitando la presentazione esplicita del nudo femminile. Cioè del “pelo”.
Si trattò di una questione di pudore personale e di diversa interpretazione della sensibilità dei propri lettori? Oppure, come sono tentato di credere -se non ci fosse di mezzo appunto il pelo pubico-, si trattò soltanto di uno degli ennesimi casi di casualità , che giorno dopo giorno favoriscono e determinano utilizzi sostanzialmente proditori della fotografia? Personalmente, non appartengo alla scuola di pensiero che esige l’assoluta e inderogabile inviolabilità della composizione originaria della fotografia; invece, penso che sia soprattutto opportuna la propria intelligente messa in pagina, nel rispetto della comunicazione visiva che si sta applicando. Ovviamente, approdando al concetto di “intelligenza”, tanto etereo, si introduce una pericolosa dose di soggettività : ma mi pare un rischio legittimo da correre, piuttosto di ancorarsi su posizioni rigorosamente inviolabili e preconcette.
Però, pelo a parte, oppure pelo in primo piano (dialetticamente parlando), il caso in questione finì per diventare emblematico, oltreché significativo. Le due diverse inquadrature parziali avrebbero anche potuto raccontare svolgimenti diversi dei fatti: sia dei fatti stessi, sia in relazione e dipendenza alle intenzioni del fotografo. E allora, che fare?
Come sempre, la linea discriminatoria non può essere tracciata da regole, leggi e regolamenti -peraltro analogamente ignorabili-, ma deve essere indicata dal senso di professionalità e dall’analogo senso delle proporzioni che ciascun operatore della comunicazione applica nello svolgimento del proprio lavoro (etica e morale): dal fotografo che scatta, selezionando quanto va incluso nella composizione, distinguendolo da quanto va -invece- escluso, al photo editor, che stabilisce il ritmo e la sintonia del racconto fotografico, al grafico, che provvede all’adeguata messa in pagina. Avanti a tutto c’è l’onestà e la capacità professionale (e l’etica). Anche senza leggi specifiche, ciascuno di noi sa sempre riconoscere per istinto ciò che è bene e ciò che è male.
In fotografia, ma non soltanto.






