Lo specifico stenopeico / 5

Fotografia stenopeica di Marko Vogrič.
Da mercoledì otto agosto, per sei giorni, fino a domani tredici, pubblico in estratto le relazioni svolte. Dopo Vincenzo Marzocchini, Beppe Bolchi, Dino Zanier e Luigi Cipparone, è la volta di Michele Smargiassi.
Appunti stenopeici
Da quando so di dover intervenire a questo convegno, cercando di non dire castronerie su un argomento che non conosco fino in fondo, mi faccio una domanda: potrò chiamare la scatola stenopeica “macchina fotografica”?
Be’ fotografica sì, credo ci siano pochi dubbi. Ma è una macchina?
Tutto sarebbe più facile se questo convegno si svolgesse in un paese anglofono, perché tutti diremmo camera (io per la verità dico e scrivo più spesso fotocamera che macchina fotografica, ma ora che ci penso lo faccio più per ragioni di brevità che per quelle che sto per dire). Camera, la stenopeica lo è di sicuro, camera obscura per eccellenza. Ma tutte le macchine fotografiche sono, alla base, delle camerae obscurae. Vale anche l’inverso? Tutte le camerae obscurae con una superficie sensibile sulla parete di fondo sono macchine fotografiche? No, credo di no. La macchina fotografica è una camera obscura che possiede un meccanismo.
Sarebbe stato ancora più facile se fossi stato invitato ad un convegno francofono, perché allora staremmo parlando di apparecchio fotografico. Definizione già più ampia di camera obscura. Un apparecchio è un’organizzazione di oggetti diversi disposti in modo che il loro insieme risponda a uno scopo preciso. La tavola apparecchiata serve per mangiare. Ma non ci siamo ancora. Ma non è una macchina per mangiare. La stenopeica è un apparecchio fotografico, ma è anche una macchina?
Siamo daccapo. Ma non posso, e a questo punto non voglio, eludere la domanda che mi sono fatta da solo.
Definiamo allora “macchina”. Macchina è un apparecchio, un apparato, capace di svolgere, una volta ricevuto un input, una sequenza di operazioni distinte e orientate a uno scopo, operazioni che producono un lavoro.
L’uomo usa una grande quantità di oggetti da lui costruiti per facilitarsi il lavoro, ma solo alcuni sono capaci di compiere da soli queste operazioni. Un cacciavite è una protesi del braccio umano, imita amplifica e migliora le performance del corpo umano, ma non è una macchina, non sa effettuare altre operazioni oltre a quelle che direttamente, singolarmente imprimiamo loro coi movimenti del nostro corpo.
La macchina sa fare qualcosa anche mentre noi aspettiamo che lo faccia per noi. La macchina lavora mentre noi siamo inattivi, o in osservazione.
Ogni macchina insomma ha un programma, che l’operatore può avviare, che può predeterminare con una serie di scelte iniziali, ma che poi lascia svolgersi fino al compimento del lavoro richiesto. Dunque, per sapere se posso chiamarla macchina, ora dovrei chiedermi se la scatola stenopeica abbia un programma.
Si direbbe, a prima vista, di no. Niente ghiere, niente pulsanti, niente ingranaggi che scattano o si muovono uno dopo l’altro. Ma attenzione, ripeto, macchina non è sinonimo di congegno meccanico, ma di apparato programmato per compiere un’operazione. E allora direi che la camera stenopeica è a tutti gli effetti una macchina fotografica.
Per produrre una fotografia stenopeica bisogna dare un input iniziale: togliere il tappo al forellino. Poi si lascia che il programma svolga la sequenza di operazioni a cui è predisposto: quali? Be’, la luce entra attraverso il forellino, attraversa un certo spazio oscuro, si proietta su una superficie sensibile pronta ad accoglierla, una carta rivestita di emulsione che è stata fabbricata per lasciarsi impressionare in un certo modo tempo e misura, secondo tabelle predeterminate che conosciamo e di cui teniamo conto; dopo qualche minuto, conteggiato dall’operatore, egli chiude il tappo, e la sequenza è terminata. Il dispositivo ha svolto il suo compito.
Direte: ha fatto tutto l’uomo. Ovviamente no, non è così. Ha fatto tutto la macchina, a cui l’uomo ha dato una mano. Ha partecipato alla sequenza programmata togliendo il tappo, contando il tempo e chiudendo il tappo. Si è prestato a fungere da otturatore. È diventato, consapevolmente, uno degli elementi del dispositivo. Si è fatto programma, si è fatto macchina.
Ora, io non voglio fare il guastafeste a tutti i costi. Ma perdonatemi, sono fatto così, cerco sempre qualcosa da mettere sull’altro piatto della bilancia quando mi pare non sia equilibrata. E allora, a costo di fare una indelicatezza come ospite di un convegno in lode della fotografia stenopeica, vorrei provare a equilibrare qualche eccesso di entusiasmo anti-tecnologico, comprensibile ma poco fondato, che a volte sento aleggiare attorno a questa pratica fotografica così singolare e affascinante.
E dunque mi sento di affermare che la fotografia stenopeica non è la liberazione dalla tecnica e dai suoi limiti e dai suoi obblighi. Non sperate di liberarvi dalla macchina fotografica. Non è possibile. Oso dire anzi che c’è fotografia solo dove c’è meccanismo programmabile (infatti continuo ad avere molti dubbi che l’off-camera, i rayogrammi, i fotogrammi, ecc. possano rientrare a pieno titolo nel campo del fotografico).
Con questo non voglio negare che la stenopeica sia una pratica speciale e in qualche modo liberatoria. Voglio dire che quel che distingue la stenopeica dal resto della fotografia non è, come molti pensano più o meno chiaramente, la sua presunta capacità di liberare il fotografo da quel fastidioso senso di estraneità che si prova maneggiando una fotocamera, quell’impressione (fondatissima) di concorrenza-competizione con la macchina fotografica che impone di venire in qualche modo a patti con la volontà autonoma di un meccanismo capace di produrre immagini anche in modo autonomo.
Temo ci sia un certo snobismo anti-tecnologico, a volte, nelle rivendicazioni degli stenopeici, nella loro filosofia dell’immagine, che va superato, perché è uguale e contrario alla tecno-euforia dei malati di digitale estremo. (Non sto parlando solo e tanto di chi, nella povertà francescana della stenopeica, è riuscito a introdurre la sofisticazione ultra-tecnologica dei forellini fatti col laser). Entrambi gli estremismi, della tecnologia e dell’anti-tecnologia, condividono un disagio nei confronti dell’apparato con cui sono costretti a collaborare e cercano di minimizzarne il ruolo. Gli stenopeici perché pensano di usare strumenti così semplici da essere pressoché inesistenti, i tecno-euforici perché si sentono pienamente padroni di strumenti potentissimi. Entrambi hanno in realtà una gran paura che la fotocamera sia più brava di loro, sia la vera autrice delle fotografie che fanno, e cercano di convincersi del contrario. Ma è proprio così, con questa incoscienza, che ne diventano gli schiavi.
Ora, è evidente che il processo stenopeico è infinitamente più trasparente, ispezionabile, manipolabile dall’operatore, dei software sigillati delle fotocamere di oggi. Certo la stenopeica si avvicina molto al grado zero del processo fotografico, al minimo necessario perché quel processo possa definirsi tale: un obiettivo senza lente, una camera obscura, una superficie sensibile. Ma quel grado zero è ancora un processo, è ancora un programma, e questo fa dello strumento una macchina, e nessuna macchina è neutrale, disciplinata e docile ai voleri di chi la fa funzionare.
Attenti allo snobismo dell’anti-tecnologia. Si converte facilmente nel suo contrario. La stenopeica può forse essere l’equivalente delle verdure ogm free, è sicuramente al riparo dalle alienazioni dei software, ma non è la “fotografia biologica”, non è la versione naturista della fotografia, non è la fotografia nudista. Non è possibile. La fotografia è per definizione immagine tecnica, e ciò che la fa diversa da ogni altra immagine prodotta dall’uomo per decine di migliaia di anni è precisamente il fatto di essere prodotta con l’ausilio di un apparato programmato per effettuare un prelievo di impronte luminose dal mondo fisico, e per farlo con quella relativa automaticità che garantisce, appunto, che sia un prelievo e non un’imitazione manuale.
Possiamo, anzi dobbiamo cercare di essere più consapevoli possibile del funzionamento di questo processo, per non farcene sopraffare, per non diventarne schiavi, funzionari obbedienti, burocrati spingibottoni eterodiretti. La stenopeica ci aiuta a tornare alle basi intuitive, comprensibili del meccanismo fotografico. Ma se anziché comprenderlo per tenerlo sotto controllo pensassimo che abbiamo eliminato questo imbarazzante “collaboratore tecnico” che è anche un collaboratore creativo, se pensassimo di avere ridotto la macchina fotografica a un pennello, ci vedremmo svanire il giocattolo fra le dita. Salveremmo il nostro orgoglio di creatori unici e assoluti, ma perderemmo la fotografia.
Il fotografo stenopeico integrale, quello che fabbrica da solo le proprie scatole, non sta eliminando il ricorso alla macchina. Sta cambiando semmai la sua posizione nella divisione del lavoro del processo fotografico. L’operatore stenopeico si riappropria anche, almeno in una certa misura, della funzione del costruttore, ed elimina insomma dal “collettivo creativo”, prendendo il suo posto, uno dei co-autori di ogni immagine fotografica: il progettista, la persona che ha stabilito le modalità (tecniche e formali) della ripresa.
Alcune cose in realtà restano ancora fuori dalla sua portata: le carte e le pellicole e gli acidi di sviluppo si prendono già pronti, fabbricati industrialmente (salvo qualche raro caso di alchimista) e dunque il fantasma di un co-autore remoto esiste ancora. Ma credo di poter dire che il fotografo stenopeico si riprende in grandissima parte i compiti e le prerogative creative che da quando esiste l’industria dei materiali fotografici viene abitualmente delegata ai fabbricanti.
Ma questo è il massimo che può fare per riappropriarsi della maggior quota possibile di paternità creativa dell’immagine. Una parte, per quanto piccola, gli resta ancora estranea e inaccessibile, appannaggio di quel piccolo Golem che abbiamo costruito noi stessi, magari con una scatola da scarpe, e che però ora ha una sua autonomia. C’è sempre un punto cieco, quando il fotografo prende la decisione di produrre un’immagine: c’è sempre un breve spazio temporale durante il quale noi lasciamo fare alla macchina il suo lavoro senza intervenire e senza essere ben sicuri di quel che farà. La fotocamera è un cane da riporto, noi lanciamo il bastone ma non sappiamo se e cosa ci porterà indietro.
Del resto, non vi dico nulla di nuovo. L’incertezza del risultato, la disponibilità ad accettare il caso, l’errore, l’imperfezione non programmata, la serendipità di un esito non voluto ma felice, un regalo della nostra umile scatoletta, queste cose sono il pane quotidiano dei fotografi stenopeici. Ma allora concentratevi su questo. Perché questa è la fotografia. La fotografia sta tutta in quello scarto fra umano e tecnico, in quella collaborazione fra decisioni della mente umana e leggi della chimica e della fisica organizzate e strutturate in una macchina, creata certo dall’uomo, ma anche Dio che creò l’uomo alla fine dovette rendersi conto che era diverso da sé, e incontrollabile. La fotografia è la collaborazione, la competizione, la rivalità, l’accettazione il rifiuto dell’incerto, dell’incontrollabile, dell’Intrattabile (Barthes). Fotografo vero è chi conosce e rispetta (o magari combatte) l’inconscio tecnologico del suo amico-nemico strumento: caro Franco Vaccari, come vedi non dormo sonni tranquilli da quando hai avuto quell’intuizione che mi ha plagiato…
Togliamoci dunque dalla testa che la macchina fotografica stenopeica sia la macchina del giardino dell’Eden, la fotografia prima del morso della mela della tecnologia, prima della caduta nel peccato mortale dell’alienazione meccanica. È forse una piccola Arca di Noè su cui possiamo provare a far salire qualche valore da salvare (ne nomino solo uno, già trattato qui: il rapporto col tempo), mentre attorno comincia il diluvio universale della fotografia ubiqua e preterintenzionale dei fotocellulari.
Michele Smargiassi
In precedenza: 1 / Vincenzo Marzocchini, Fotografia Stenopeica / Pinhole Photography; 2 / Beppe Bolchi, Lo specifico stenopeico: filosofia e pratica; 3 / Dino Zanier, La fotografia stenopeica: un itinerario didattico nella scuola media; 4 / Luigi Cipparone, Ta, Da, Ca! Le origini di una scelta.
A seguire: 6 / Maurizio Rebuzzini, Stenopeico. Senza religione!






