Lo specifico stenopeico / 3

10 agosto 2012
Di Maurizio Rebuzzini
Stenopeico Marco Faganel

Fotografia stenopeica di Marco Faganel.

Annunciato e presentato in FOTOgraphia (cartacea), di marzo, sabato diciannove maggio si è svolto il convegno Lo specifico stenopeico. Filosofia e pratica della fotografia stenopeica, con la partecipazione, tra gli altri, di Beppe Bolchi, Luigi Cipparrone, Vincenzo Marzocchini, Maurizio Rebuzzini, Michele Smargiassi e Dino Zanier: a Senigallia, in provincia di Ancona, nella Sala del Trono del Palazzo del Duca.
Da mercoledì otto agosto, per sei giorni, fino a lunedì tredici, pubblico in estratto le relazioni svolte. Dopo Vincenzo Marzocchini e Beppe Bolchi, è la volta di Dino Zanier.

La fotografia stenopeica: un itinerario didattico nella scuola media
Intendo parlare di un percorso prolungato nel tempo, che prende in considerazione l’attività stenopeica nella didattica scolastica a partire dalla seconda metà degli anni Settanta fino ai giorni nostri.
All’inizio è stata una proposta sperimentale, per trovare poi una collocazione ben definita nell’ambito dell’educazione all’immagine, che ha coinvolto progressivamente un numero sempre maggiore di studenti. L’esperienza è stata realizzata all’interno della disciplina di applicazioni tecniche, successivamente diventata educazione tecnica e quindi tecnologia, di cui sono stato insegnante. [...]
La macchina fotografica era l’elemento centrale di questa unità didattica, poiché era punto di partenza per scoprire i mezzi di comunicazione come i film, la televisione e la pubblicità.
Le dieci lezioni che tenevo sulla fotografia riguardavano: il diaframma, l’otturatore, la sensibilità della pellicola, l’obiettivo, la luminosità e la relazione tra questi fattori, la camera oscura e l’ingranditore fotografico. Le attività riguardanti la conoscenza della macchina fotografica si concludevano con una verifica che prevedeva riprese fotografiche casuali con sviluppo del negativo e stampa del positivo per ingrandimento, al fine di controllare le conoscenze acquisite. Essenzialmente, un approccio meccanicistico in linea con le finalità disciplinari. L’analisi del linguaggio iconico era di competenza degli insegnanti di lettere e educazione artistica. [...]
All’interno di questo orizzonte, l’esperienza stenopeica si collocava al pari delle attività che si facevano in camera oscura, come la stampa a contatto di oggetti semitrasparenti (foglie, carta di giornale, oggetti in plastica trasparente), oggetti opachi, disegni con i bagni di sviluppo e fissaggio, oggetti semitrasparenti stampati con l’ingranditore. Tutte esperienze che mostravano le caratteristiche della carta, dei bagni e precedevano la descrizione e l’analisi della macchina fotografica (parte costruttiva).
Alla macchina a foro stenopeico era delegato il compito di rendere evidente la formazione dell’immagine e il modo con cui il debole fascio di luce si fissava sull’emulsione sensibile. Le scatole scelte per l’esperimento erano i contenitori delle bobine della pellicola in bianconero acquistate per l’attività didattica.
È importante costatare che alcuni elementi tecnici di questa prima sperimentazione si sono protratti nelle attività didattiche successive e si trovano tuttora nell’attuale itinerario didattico. [...]
Nella seconda metà degli anni Ottanta, con i ragazzi di terza media ho progettato e realizzato una macchina di compensato per carta fotografica formato 13x18cm, dal momento che gli alunni avevano già acquisito le competenze relative al disegno tecnico. La macchina era adatta alle finalità della disciplina, perché rispettava le esigenze di progettazione ed esecuzione di un oggetto e contemporaneamente realizzava immagini del tutto compatibili con lo standard fotografico. [...]
[Negli anni Novanta, a Tolmezzo, in provincia di Udine] Per prima cosa, il Collegio Docenti accoglie la mia proposta di anticipare l’attività stenopeica nelle classi prime per avviare il modulo di educazione all’immagine con una base significativa importante. Inizialmente, solo nelle classi del tempo prolungato e di seguito, alla fine del decennio, in tutte le classi prime dell’istituto.
Con l’esperienza acquisita, decido di adottare la scatola da scarpe come macchina a foro stenopeico evitando costruzioni troppo complesse e non adatte alle possibilità psicomotorie degli allievi. La perdita di qualità dell’immagine era sicuramente compensata dalla maggiore flessibilità: quello che si perdeva in definizione si guadagnava in creatività.
Il processo viene formalizzato secondo i princìpi di efficacia (più personali e coinvolgenti) ed efficienza (tempi ridotti) secondo l’attuale scansione di lavoro: a ogni alunno viene richiesto di portare a scuola una scatola da scarpe, produrre un foro sul cartone, colorarne l’interno con la tempera nera e, segnato lo spazio di sistemazione della carta 10x15cm, incollare il nastro adesivo doppio per il fissaggio della stessa. Per la produzione del foro stenopeico usiamo un lamierino di 0,05mm, che viene attaccato sulla scatola in corrispondenza del foro. L’otturatore è costituito da un pezzettino di nastro adesivo nero e le linee che indicano l’angolo di campo sono disegnate all’esterno. [...]
Alla fine sono giunto alla conclusione che l’aspetto più interessante per l’originalità dei risultati è quello di esaltare le caratteristiche di questo tipo di macchina e di trasformarne i difetti in pregi: l’illimitata profondità di campo, il lungo tempo di posa che permette la doppia esposizione, la ripresa da terra e l’ampia camera obscura in cui si può deformare la carta fotografica.
Dino Zanier

In precedenza: 1 / Vincenzo Marzocchini, Fotografia Stenopeica / Pinhole Photography; 2 / Beppe Bolchi, Lo specifico stenopeico: filosofia e pratica.

A seguire: 4 / Luigi Cipparone, Ta, Da, Ca! Le origini di una scelta; 5 / Michele Smargiassi, Appunti stenopeici; 6 / Maurizio Rebuzzini, Stenopeico. Senza religione!

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