Irrinunciabili / 17. W. Eugene Smith

15 luglio 2012
Di Maurizio Rebuzzini

W Eugene Smith Il senso dell’ombra

Il senso dell’ombra, fotografie di W. Eugene Smith; a cura di Gilles Mora e John T. Hill; Federico Motta Editore, 1999; 352 pagine 25x31cm.

Catalogo della mostra esposta l’inverno 1999, a Palazzo Magnani, di Reggio Emilia, Il senso dell’ombra è una delle più ricche monografie illustrate sull’attività fotografica di W. Eugene Smith, il cui spirito di leggendario fotogiornalista aleggia ancora oggi sul piccolo grande mondo della comunicazione visiva. Il compito di esplorare l’immenso archivio fotografico del grande fotogiornalista statunitense, per la prima volta aperto alla consultazione, è stato assunto da Gilles Mora, già autore di numerose raccolte di celebri autori.
Sfogliando le trecentocinquantadue pagine del libro, riccamente illustrato, si ripercorre in senso cronologico l’immensa attività professionale di W. Eugene Smith, dai primi anni Trenta, per tutta la Seconda guerra mondiale, che lo vede corrispondente di guerra nel Pacifico, fino ai grandi servizi per Life e alle successive indagini personali. I suoi reportage sono indimenticabili racconti per immagini, interessati sempre alla parte più in ombra del mondo, a quelle realtà, spesso drammatiche, di fronte alle quali W. Eugene Smith si rifiuta di essere solo un testimone passivo, uno specchio dei fatti, avviandosi lungo la strada della visione personale (addirittura artistica), della poesia e dell’estetica: insomma, dell’umanità.
Questo l’approccio con il quale segue la dura giornata di lavoro del medico di campagna di una piccola cittadina del Colorado (il dottor Ernest Ceriani), o che lo porta a Minamata, sull’isola giapponese di Kyushu, testimone visivo delle conseguenze dell’inquinamento industriale causato dallo scarico di mercurio nelle acque della baia, e che lo ispira nel villaggio spagnolo che documenta nel 1950.
L’insieme dei celebri reportage di W. Eugene Smith fanno parte della Storia della fotografia, sono esempi di uno stile che non si è arreso all’obiettività del documento, ma ha cercato l’immortalità dell’arte: Usate la verità come pregiudizio, è stata una delle sue opinioni fondamentali, titolo -tra l’altro- di un superbo saggio critico pubblicato in Italia da Jaca Book, nel 1986. Nel testo introduttivo a Il senso dell’ombra, Gilles Mora sottolinea l’unicità di W. Eugene Smith, «considerato già in vita tra i dieci fotografi più famosi al mondo».
Cosa gli sarebbe potuto accadere? «Proprio di soccombere sotto il peso di un mito, di una capacità e di una fama che, in questi ultimi decenni, ne ha fatto senza dubbio una figura di riferimento, ma nello stretto ambito di un fotogiornalismo oggi ampiamente messo in discussione, escludendolo così da un’altra forma di riconoscimento, quella alla quale aspirava sopra ogni cosa: essere considerato di diritto un artista».
L’ambiguità di W. Eugene Smith fotografo, in bilico tra reportage e fine art, si scopre meglio nei lavori successivi alla collaborazione con Life, quando l’autore -è il caso di sottolinearlo-, libero da stretti impegni professionali, si inoltra nella ricerca personale, sempre con l’occhio attento alle questioni sociali. Sono di questo periodo le visioni di Talvolta dalla mia finestra osservo… (1957-1958), riprese in una New York inattesa, svelata nella vita quotidiana che passa sotto le finestre del suo appartamento. E ancora, la ricerca sul razzismo organizzato del Ku Klux Klan, le testimonianze delle numerose manifestazioni di protesta degli anni Sessanta contro la segregazione razziale e contro la guerra in Vietnam.
La monografia si avvia alla conclusione con documenti visivi sconosciuti al grande pubblico, che delineano in maniera più incisiva i contorni del fotografo. Si incontrano pagine dei menabò di un progetto mai realizzato: il libro totale The Big Book (che in corso d’opera riceverà il titolo The Walk to Paradise Garden, dalla famosa fotografia dei suoi due figli, osservati di schiena, che si incamminano all’interno di un giardino: immagine conclusiva della selezione The Family of Man, a cura di Edward Steichen, per il Museum of Modern Art, di New York, del 1955), che avrebbe raccolto il lavoro di una vita, a partire dai più famosi reportage pubblicati da Life: da Country Doctor (Il medico di campagna, 1948) a Spanish Village (Il villaggio spagnolo, 1951), da Nurse Midwife (La levatrice nera, 1951) a A Man of Mercy (Un uomo di carità, 1954). Non mancano, infine, testimonianze critiche di grande spessore.

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