Mi ricordo: Contax D

13 luglio 2012
Di Maurizio Rebuzzini

Contax D

Non mi interessano i contenuti (oggi e qui), ma la sola forma: con un design stupendo e un’efficacia insuperabile, il lampeggiatore dà equilibrio all’intera combinazione Contax D, alla quale dona anche quell’eleganza esteriore, che manca al corpo macchina da solo.

Contax D (1952). Nella sostanza priva di interesse storico, questa interpretazione reflex della Germania Est è utile soprattutto per parlare di estetica, che è una delle componenti essenziali del percorso tecnico e tecnologico della fotografia.
In sé, il corpo macchina non ha molto da dire. Magari si potrebbe commentare l’innesto a vite 42×1 degli obiettivi intercambiabili, che nei lunghi anni della costruzione meccanica ha rappresentato una sorta di innesto universale, buono per ogni stagione (Blog, dello scorso trenta aprile). Oppure, non si potrebbe ignorare alcun capitolo della cronologia Zeiss, anche se estraneo al percorso lineare dell’evoluzione degli apparecchi fotografici.
Però, non è di questo che voglio occuparmi oggi, anche se questa Contax D ha anticipato in qualche modo (e soltanto per la propria denominazione) altre Contax del passato prossimo, alle quali rimando: che sono tutt’altra questione. Più che in altre occasioni, nelle quali ho comunque sottolineato i valori della forma (estetica della funzionalità, oso teorizzare), oggi attiro l’attenzione sulla sola forma… del flash abbinato. Con un design stupendo e un’efficacia insuperabile, il lampeggiatore dà equilibrio all’intera combinazione, alla quale dona anche quell’eleganza esteriore, che manca al corpo macchina da solo. Già la visione frontale è notevole, con la brillantezza della parabola di riflessione. Ma il profilo del flash è insuperabile: meriterebbe una propria collocazione al Museum of Modern Art, di New York.

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