Ecologia (polaroid) ante litteram

Edwin H. Land sulla copertina di Life, del 27 ottobre 1972 con la Polaroid SX-70 originaria, con la quale nasce il filmpack di copie a colori integrali. Nessuno scarto, rispetto il filmpack precedente di pellicole a strappo.
L’altra spina nel fianco di Edwin H. Land era lo strappo in due stadi. Nel progetto della prima macchina Polaroid, il fotografo tirava l’estremità della pellicola per far avanzare i positivi e negativi impressionati, che erano parti di due strisce continue, tra la coppia di cilindri dentro una camera di sviluppo nel retro dell’apparecchio. Dopo sessanta secondi, il fotografo apriva lo sportello della camera ed estraeva la fotografia. Nel tentativo di ridurre le dimensioni dell’apparecchio e renderlo più leggero, i rulli di pellicola furono sostituiti con un pacchetto di otto paia di positivi e negativi ammucchiati in una confezione di acciaio [filmpack]. Quando il fotografo caricava un filmpack di pellicole nella macchina, toglieva il foglio nero di copertura per posizionare il primo negativo dietro l’obiettivo. Dopo aver scattato la fotografia, tirava una linguetta di carta bianca sul lato dell’apparecchio per portare il foglio positivo in giustapposizione con il negativo impressionato. Sporgeva un’altra linguetta più grande, che veniva tirata per far scorrere positivo e negativo attraverso i cilindri e poi fuori dell’apparecchio, pressati tra loro mentre l’immagine si sviluppava.
Dopo dieci secondi per il bianconero e sessanta per il colore, la fotografia veniva separata dal negativo. A quel punto, il fotografo si trovava con tre pezzi di carta da maneggiare, oltre alla macchina fotografica. La stampa, il negativo e la linguetta bianca. Se aveva il coraggio di mettere la fotografia in cornice all’istante, si aggiungevano altri due pezzi di carta: la copertura cerata e il cartoncino adesivo. Inoltre, si doveva liberare della scatola di cartone della pellicola, della busta di carta metallizzata contenente il filmpack, del foglietto con le istruzioni e della scatoletta di acciaio contenente le pellicole. In quindici minuti, un discreto fotografo poteva consumare un pacco di pellicole Polacolor e aveva otto fotografie a colori saldamente montate sui cartoncini, da offrire all’ammirazione dei nipotini. Sull’erba attorno a lui sarebbero stati sparpagliati una scatola, una bustina di carta metallizzata, un foglio di istruzioni, uno di protezione, otto negativi, otto linguette, il contenitore di acciaio e otto fogli cerati: un totale di ventinove cose da buttare, senza contare le otto fotografie ottenute dopo dura lotta. Dato che negli anni Sessanta le vendite della pellicola in filmpack ammontavano a circa quindici milioni di pezzi, ogni anno circa quattrocentotrentacinque milioni di resti di Polaroid coprivano i prati, ciascun pezzo con scritta l’ammonizione di Phillis Robinson: «Per favore, non sporcate l’ambiente, qualcuno potrebbe desiderare di fotografarlo».






