Grace Kelly con Rolleiflex

Grace Kelly cartolinadi Maurizio Rebuzzini
ricerca iconografica di Filippo Rebuzzini

È di scena una cartolina che ha attirato la nostra attenzione, sempre finalizzata e mirata, per la combinazione fotografica dell’immagine sulla cartolina: ritratto dell’attrice Grace Kelly con Rolleiflex biottica tra le mani.

Questo richiamo fotografico, che appartiene alla lunga e larga fenomenologia dei rimandi, ai quali prestiamo particolare attenzione (nei relativi e rispettivi riferimenti del cinema, fumetto, narrativa, filatelia e vita quotidiana), è subito risolto: appunto dall’evidenza della fascinosa Rolleiflex biottica. Immediatamente a seguire, una osservazione affrettata ha registrato con non celato fastidio quella che, a prima vista, è apparsa come intrusione indesiderata: l’annullo filatelico sulla facciata della cartolina, ulteriore a quello di regolare spedizione postale, tradizionalmente sul retro.

Grace Kelly cartolina

Lo spessore e valore di questa cartolina dipende dal francobollo ufficiale delle nozze di Grace Kelly con il principe Ranieri III di Monaco, con relativo annullo del 19 aprile 1956 (giusto “uno più cinquanta” anni fa), affrancato sul fronte di una edizione sostanzialmente generica, sulla quale ci soffermiamo per la combinazione con Rolleiflex biottica. Una volta ancora, significato e valore nel senso dei tributi e contorni alla fotografia: aneddotica e dintorni.

Poi, nella decifrazione dei termini della vicenda, è sopraggiunta l’autentica scoperta aggiunta, che dà particolare senso, significato e valore (non necessariamente economico) all’insieme. Soprattutto, pensiamo a significato e valore nel senso dei tributi e contorni alla fotografia: aneddotica e dintorni.
Quello sul fronte della cartolina, che apparentemente deturpa l’inquadratura del ritratto, non è un francobollo semplice e comune, e neppure l’annullo è generico. Abbinati al ritratto a colori di Grace Kelly, appunto con Rolleiflex tra le mani, entrambi celebrano il matrimonio tra l’attrice e il principe Ranieri III di Monaco: 19 aprile 1956.
La cerimonia civile di quelle che la cronaca rosa internazionale del tempo definirono “le nozze del secolo”, fu celebrata il giorno prima, il diciotto aprile, mentre l’ufficialità del matrimonio è datata alla sontuosa cerimonia religiosa nella St. Nicholas Church, cattedrale del Principato, ripresa per la prima volta in mondovisione. Alla presenza di centinaia di giornalisti e fotografi, andò allora in scena una delle più sfarzose e affascinanti fiabe del Novecento: in un abito creato dalla costumista di Hollywood Helen Rose (corpetto in pizzo antico e gonna in taffettà), la ventiseienne attrice, regina del jet set, musa preferita di Alfred Hitchcock -con il quale aveva già girato Il delitto perfetto (Dial M for Murder; Usa, 1954; con Ray Milland e Robert Cummings), La finestra sul cortile (Rear Window; Usa, 1954; con James Stewart) e Caccia al ladro (To Catch a Thief; Usa, 1955; con Cary Grant)-, sposò il trentatreenne sovrano di un Principato in raffinato equilibrio tra blasoni storici e mondanità contemporanea. Altri tempi, diciamolo.
La cerimonia fu ignorata solo da alcune nobiltà europee, che non approvarono la salita al trono di una diva del cinema. Assenti i Windsor (del Regno Unito), i regnanti presenti si rifiutarono di fare la riverenza alla principessa Grace.
Comunque, tutte queste sono soltanto doverose note di circostanza. Infatti, dal nostro punto di vista fotografico, cui vorremmo restare legati, non ci interessano questi dettagli, come pure non ci interessano le altre vicende della vita della coppia, che ha avuto tre figli: l’attuale sovrano Alberto II di Monaco, succeduto al padre, mancato il 6 aprile 2005, Caroline e Stefanie. Neppure riprendiamo le cronache della discussa morte improvvisa di Grace Kelly, a seguito di un ambiguo incidente stradale (14 settembre 1982). Dalla nostra consueta prospettiva mirata, attenta soprattutto alle questioni che ruotano attorno la fotografia, ci limitiamo all’attuale combinazione fotografica della cartolina della attrice e principessa con Rolleiflex tra le mani, che, comunque, sollecita un rimando connesso: altrettanto fotografico, sempre nell’ambito delle fenomenologie parallele e coincidenti, cui siamo soliti riservare particolare attenzione.
Come ha rivelato il regista Alfred Hitchcock a François Truffaut nella celebre intervista raccolta in volume (Il cinema secondo Hitchcock, Pratiche Editrice), «Prima d’ogni altra cosa -prima di essere giallo, thriller, commedia-, La finestra sul cortile è un film sul cinema e sullo spettatore. Un film su quella perversione così largamente diffusa ai giorni nostri e alla quale nessuno può sottrarsi: il voyeurismo». Aggiungiamo: è altresì un film sul cinema e sugli spettatori: tanti voyeur nascosti nel buio della sala, curiosi, morbosamente attratti da quello che accade tra i quattro lati di quella finestra illuminata.
Ma non è neanche di questo che vogliamo occuparci, e neppure delle altre particolari componenti cinematografiche della pellicola, tra le quali spicca la scenografia unica, che impone allo spettatore di guardare tutto dal punto di vista del protagonista. Invece, e al solito, sottolineiamo componente fotografica del film, nel cui cast Grace Kelly è l’interprete principale femminile.

Grace Kelly La finestra sul cortile

Immagine posata per la promozione e presentazione del film La finestra sul cortile (Rear Window, di Alfred Hitchcock; Usa, 1954). Oltre i due protagonisti, Grace Kelly, nei panni della sofisticata Lisa Carol Fremont, e James Stewart, sul fondo si intravedono tutte le storie e vicende che il fotoreporter L.B. Jefferies scruta con il proprio teleobiettivo (Kilfitt Fern-Kilar 400mm f/5,6 su reflex Exakta).

Immobilizzato in casa da un incidente sul lavoro, un fotoreporter usa il teleobiettivo (Kilfitt Fern-Kilar 400mm f/5,6 su reflex Exakta) per scrutare l’intimità degli appartamenti di fronte al suo: così facendo scopre un omicidio. Ancora, alla conclusione del film, L.B. Jefferies (l’attore James Stewart) resiste all’aggressione dell’assassino difendendosi a colpi di flash a lampadine, che accecano il pur coriaceo Lars Thorwald (Raymond Burr, noto per le serie televisive dell’avvocato Perry Mason e dell’investigatore paraplegico [Robert] Ironside).
In La finestra sul cortile (Rear Window; Usa, 1954), Grace Kelly interpreta la sofisticata Lisa Carol Fremont («che non porta mai lo stesso vestito due volte»), fidanzata di L.B. Jefferies, che lo vuole convincere a lasciare il fotoreportage per la più remunerativa fotografia di moda, che gli consentirebbe un conveniente tenore di vita newyorkese.
Significativo è il dialogo, dalla cui retorica prendiamo le distanze. Ma la proposizione è oggi necessaria, quantomeno dal punto di vista fenomenologico dell’immagine della fotografia, e in particolare del fotoreportage, all’esterno dei propri confini istituzionali e oltre le convinzioni dei propri addetti reali. Testuale, dal film.
«Ho parlato di te tre volte nelle mie notizie mondane, oggi… e non si compera, certa pubblicità».
«Ah, lo so».
«Un giorno, potresti deciderti ad aprire un tuo studio personale qui».
«E… e come potrei gestirlo, diciamo dal… dal Pakistan?».
«Jeff, non ti sembra l’ora di sistemarti? Potresti scegliere i tuoi servizi».
«Ce ne fosse almeno uno che mi va».
«Fallo tu quello che vuoi».
«Cioè, lasciare la mia rivista?».
«Sì».
«Per che cosa?».
«Ma, per te stesso… per me. Potrei affidarti anche domani una dozzina di servizi… ritratti, moda…».
«Eh, eh, eh».
«No, non ridere. Io posso farlo».
«È proprio questo che mi spaventa. Mi ci vedi tu, ad arrivare a una sfilata di modelli in jeep, con gli stivali sporchi di fango e la barba lunga di un mese? Pensi che farei effetto?».
«Io invece ti vedrei molto elegante ed ammirato, in un bel gessato blu».
«Oh, Lisa, smettiamola di dire sciocchezze. D’accordo?».

Qui si conclude la prima schermaglia. Più avanti, nella sceneggiatura, Lisa propone un’altra soluzione: se Jeff non vuole restare a New York, lei potrebbe seguirlo nei suoi reportage. Con tanta retorica del buon tempo passato, Jeff dipinge un lavoro senza confini, né certezze. Il dialogo prosegue.
«Ma, che cosa ci trovi nel viaggiare da un posto all’altro facendo fotografie? È come essere un turista, in continua vacanza».
«Okay, tu hai detto il tuo parere, e ne hai pieno diritto. Ora lascia che io dica il mio».
«È ridicolo che [il fotoreportage] possa essere fatto soltanto da un piccolo gruppo esclusivo di gente eletta».
«Ho fatto una semplice affermazione, una vera affermazione, ma la posso avvalorare soltanto se riesci a stare zitta un momento [...]. Hai mai mangiato testa di pesce e riso? Beh, ti potrebbe succedere, se vieni con me. Hai mai provato a scaldarti in un aeroplano da carico, ad alta quota, con venti gradi sotto zero?».
«Lo faccio quasi sempre, quando ho qualche minuto dopo pranzo».
«Ti hanno mai sparato addosso? Ti hanno mai malmenato? Ti hanno mai aggredito a bastonate, di notte, perché hai pestato i piedi a qualcuno con il tuo lavoro? Quei tuoi tacchetti a spillo andrebbero benissimo nella giungla… e le calze di nylon… e poi la gonna da cento grammi».
«Trenta».
«Ancora meglio, farebbe colpo in Finlandia, prima che tu muoia congelata!».
«Se c’è una cosa che so fare è vestirmi adeguatamente».
«Certo, certo. Però, prova a trovare un impermeabile in Brasile, anche quando non piove. Lisa, io mi porto soltanto una minuscola valigetta, abito nel mezzo di trasporto di cui dispongo, dormo poco e mi lavo ancora meno… e, molto spesso, la roba che mangio è ricavata da bestie che quando sono vive non oseresti neanche guardarle!».
«Non essere così deliberatamente ripugnante, solo per convincermi che ho torto».
«Ma, che diavolo hai capito? Sto solo cercando di spiegarti. Devi convincerti che non sei affatto adatta a questo tipo di vita… solo pochi lo sono»
.
Basta (e avanza).
Comunque, oltre altre tante evidenze scenografiche, questa è la combinazione cinematografica tra la fotografia, seppure retorica e irreale, e Grace Kelly, ulteriore il ritratto in cartolina, con Rolleiflex biottica tra le mani, dal quale siamo partiti.
In chiusura, una sola altra annotazione su La finestra sul cortile, tanto per non lasciare nulla in sospeso. Annotiamo che si tratta di una sceneggiatura dinamica, il cui protagonista è una figura statica, che si trova in un’unica posizione, all’interno di una stanza, per tutto il film. È cinema allo stato puro. L.B. Jefferies (James Stewart) guarda fuori dalla propria finestra, verso il cortile: osserva. Il pubblico registra ciò che lui sta osservando, tramite le espressioni del suo volto. È autentica immagine visiva: la mobilità del volto, l’espressione, è usata come contenuto della pellicola. Tagli dell’inquadratura, primi piani, controcampo. Ribadiamo, è cinema.
(da FOTOgraphia, marzo 2007)

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