Io sono la lastra

Vimercati

In concomitanza con la mostra, in combinazione in combinazione John Eskenazi e Skira Editore, Franco Vimercati. Tutte le cose emergono dal nulla viene pubblicata la prima monografia dedicata all’autore. Comprensivo delle opere più rappresentative, il volume si completa con una lunga e approfondita intervista con Elio Grazioli. Quindi, testi critici che ripercorrono la sua carriera, tra i quali quelli di Paolo Fossati, Luigi Ghirri, Angela Madesani, Giuseppe Panza di Biumo, Carlo Arturo Quintavalle e Daniela Palazzoli.

«Io sono la lastra, ho bisogno di poca luce, di un sospiro, di un soffio di luce». Franco Vimercati (1940-2001) si è espresso attraverso la fotografia come artista e come uomo; lui e la sua opera sono stati la stessa cosa. Da ieri, Primo settembre, una avvincente ed esaustiva mostra personale è allestita nelle sontuose, prestigiose e autorevoli sale di Palazzo Fortuny, di Venezia (San Marco 3958, fino al 19 novembre): Franco Vimercati. Tutte le cose emergono dal nulla, a cura di Elio Grazioli, con progetto di allestimento di Daniela Ferretti.
Artista straordinario, dopo gli studi all’Accademia di Brera, a Milano, Franco Vimercati si è avvicinato al mondo dell’arte, che negli anni Sessanta ruotava attorno identificate gallerie milanesi e al mitico Bar Jamaica, nei pressi dell’Accademia stessa, ritrovo di personaggi che hanno animato un tempo e un’epoca (anche fotografica). Ben presto, si è concentrato nella fotografia, individuata e frequentata come avvincente mezzo di espressione. È stato influenzato dalle riflessioni di autori internazionali di riferimento, dai contemporanei Diane Arbus, Lee Friedlander e Robert Frank, che hanno agito nella cultura statunitense, alla straordinaria parabola di August Sander, dell’inizio del Novecento. Al pari del grande autore tedesco, Franco Vimercati è stato sostanzialmente un contemplativo, non interessato all’azione come tale; piuttosto, si è concentrato su un unico soggetto, facendo proprie le esperienze concettuali e minimaliste.
Fin dall’inizio dell’azione artistica di Franco Vimercati è emersa l’idea di serialità: già nel 1975, le immagini di piastrelle e, due anni dopo, quelle delle doghe del parquet, fino al grande lavoro delle trentasei fotografie di bottiglie di acqua minerale Levissima (trentasei scatti, uno diverso dall’altro, tutti in bianconero). Questo interesse si sarebbe espresso in seguito in quello che è considerato il suo lavoro più rappresentativo, il ciclo delle terrine di porcellana. Circa ottanta fotografie realizzate in un arco di tempo esteso dal 1983 al 1992. Quindi, da qui hanno preso forma le sue variazioni come in musica.
Franco Vimercati non ha mai amato la folla, il chiasso, il mondo delle gallerie d’arte, il mondo esterno in generale. La sua casa è stato il suo spazio vitale e gli oggetti che vi trovava i suoi soggetti: piccoli vasi, un bicchiere di un ferro da stiro, una grattugia, un bricco del latte, una caffettiera. Come affermava, si tratta del piacere di lavorare senza essere disturbato dal soggetto: «A me interessa che scocchi la fotografia, non mi interessa leggere l’oggetto, ma assistere, ogni volta, a questo miracolo».
E il “miracolo” si è ripetuto ancora nelle immagini rovesciate, ovvero così come sono realmente “viste” dalla macchina fotografica, e in quelle sfuocate, che, come ha avuto modo di precisare l’autore, non hanno neppure la fase della messa a fuoco. L’effetto è meraviglioso: più che fotografie, sembra di incontrare effetti luminosi quasi di sogno. Siamo di fronte a infinite variazioni dal nero al grigio, con qualche tocco più chiaro, che smaterializzano l’oggetto, varcando la soglia della poesia.
Nella stampa su carta, i soggetti vengono spesso ingranditi in modo consistente, dando all’oggetto una presenza particolare, quasi senza sfondo, che ne esalta le forme in senso astratto. Altre volte, vengono rimpiccioliti, facendo riferimento, come annotava l’autore, alla precisione delle incisioni degli antichi maestri.
Nel 1999, Franco Vimercati ha avviato il ciclo di immagini sovrapposte, che danno l’effetto di un tremolio: forse la rappresentazione di una rotazione del soggetto, come risulta più evidente l’anno seguente, in una piccola serie raffigurante un bricco del latte.
Spesso, Franco Vimercati viene paragonato a Giorgio Morandi, pittore che ha amato anche senza identificarsi con la sua opera; ambedue hanno espresso la tendenza a fare dell’oggetto comune un pretesto per avvicinarsi a mondi e sentimenti diversi. Le fotografie di Franco Vimercati hanno quasi la funzione del mandala: guardandole si entra in uno spazio fatto di sentimenti profondi, si varca una porta che sta solo a noi oltrepassare.
Nel 2001, Franco Vimercati muore improvvisamente. Il suo carattere schivo ha fatto nascere una leggenda, che lo vuole recluso in costante meditazione su un unico oggetto, quasi fosse un eterno mantra che -di volta in volta- prende forme diverse, ma in essenza è la stessa cosa.
Lui minimizzava, asserendo che credeva sostanzialmente solo nel lavoro, nell’etica del lavoro, nel piacere del lavoro, senza essere disturbato dal soggetto. Credeva nella possibilità di togliere pian piano alla fotografia la parte letteraria, finché non rimanesse nient’altro che lo scatto.
Franco Vimercati si è espresso attraverso la fotografia come artista e come uomo; lui e la sua opera sono stati la stessa cosa: «Io sono la lastra, ho bisogno di poca luce, di un sospiro, di un soffio di luce».

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