Tina Modotti

Tina Modotti (Weston)di Pablo Neruda (da Confesso che ho vissuto)

Quando voglio ricordare Tina Modotti devo fare uno sforzo, come se si trattasse di afferrare un pugno di nebbia. Fragile, quasi invisibile. L’ho conosciuta o non l’ho conosciuta?
Era ancora molto bella: un ovale pallido circondato da due ali nere di capelli raccolti, grandi occhi di velluto che continuano a guardare attraverso gli anni. Diego Rivera ci ha lasciato la sua figura in uno dei suoi murales, aureolata da coronazioni vegetali e da lance di mais.
Questa rivoluzionaria italiana, grande artista della fotografia, arrivò in Unione Sovietica tempo fa col proposito di ritrarre folle e monumenti. Ma lì, attratta dal prorompente ritmo della creazione socialista, gettò la sua macchina fotografica nella Moscova e giurò a se stessa di consacrare la sua vita ai più umili compiti del partito comunista. Mentre adempiva a questo giuramento la conobbi in Messico e la sentii morire quella notte.

Tina Modotti (Weston)

Tina Modotti a Tacubaya; 1923 (Fotografia di Edward Weston).

Accadde nel 1941. Suo marito era Vittorio Vidali, il celebre Comandante Carlos del Quinto Reggimento. Tina Modotti è morta di un attacco cardiaco nel taxi che la riportava a casa. Lei sapeva che il suo cuore non stava bene, ma non lo diceva affinché non le riducessero il lavoro rivoluzionario. Era sempre disposta a fare quello che nessuno vuol fare: scopare gli uffici, andare a piedi nei posti più lontani, passare le notti in bianco scrivendo lettere o traducendo articoli. Nella guerra spagnola fece l’infermiera per i feriti della Repubblica.
Aveva avuto un episodio tragico nella sua vita, quando era la compagna del grande dirigente della gioventù cubana Julio Antonio Mella, allora in esilio in Messico. Il tiranno Gerardo Machado mandò dall’Avana alcuni sicari per uccidere il dirigente rivoluzionario. Stavano uscendo dal cinema un pomeriggio, Tina al braccio di Mella, quando questi cadde sotto una raffica di mitra. Caddero insieme a terra, lei spruzzata dal sangue del suo compagno morto, mentre gli assassini fuggivano ben protetti. E il colmo fu che gli stessi funzionari di polizia che avevano protetto i criminali volevano accusare Tina Modotti dell’assassinio.
Dodici anni dopo si esaurirono silenziosamente le forze di Tina Modotti. La reazione messicana cercò di far rivivere l’infamia coprendo di scandalo la sua morte, come prima aveva voluto coinvolgerla nella morte di Mella. Intanto, Carlos ed io vegliavamo il piccolo cadavere. Vedere soffrire un uomo così robusto e coraggioso non è uno spettacolo gradevole. Quel leone sanguinava nel ricevere sulla ferita il veleno corrosivo dell’infamia che voleva macchiare Tina Modotti ancora una volta, dopo morta. Il Comandante Carlos ruggiva con gli occhi arrossati; Tina era di cera nella sua piccola bara di esiliata; io tacevo impotente di fronte a tutta l’angoscia umana riunita in quella stanza.
I giornali riempivano intere pagine di immondizia da romanzo d’appendice. La chiamavano «la donna misteriosa di Mosca». Alcuni aggiungevano: «è morta perché sapeva troppo». Impressionato dal furioso dolore di Carlos presi una decisione. Scrissi una poesia minacciosa contro quanti offendevano la nostra morta. La mandai a tutti i giornali senza alcuna speranza di vederla pubblicata. Oh, miracolo! Il giorno dopo, invece delle nuove e favolose rivelazioni che avevano promesso il giorno prima, comparve su tutte le prime pagine la mia indignata e straziata poesia.
La poesia s’intitolava Tina Modotti ha muerto.
La lessi quella mattina al cimitero di Città di Messico, dove lasciammo il suo corpo e dove giace per sempre sotto una pietra di granito messicano. Su quella pietra sono incise le mie strofe.
Quella stampa non scrisse mai più una riga contro di lei.

Tina Modotti ha muerto
Tina Modotti, sorella, non dormi, no, non dormi:
forse il tuo cuore sente crescere la rosa
di ieri, l’ultima rosa di ieri, la rosa nuova.
Riposa dolcemente, sorella.

La nuova rosa è tua, tua è la nuova terra:
ti sei messa un nuovo vestito di seme profondo
e il tuo soave silenzio si colma di radici.
Non dormirai invano, sorella.

Puro è il tuo dolce nome, pura è la tua fragile vita:
d’ape, ombra, fuoco, neve, silenzio, spuma;
d’acciaio, linea, polline, si costruì la tua ferrea,
esile struttura.

Lo sciacallo sul tuo prezioso corpo addormentato
protende la penna e l’anima insanguinate
come se tu potessi, sorella, levarti
sorridendo al di sopra del fango.

Nella mia patria ti porto perché non ti sfiorino
nella mia patria di neve perché alla tua purezza
non giunga l’assassino, né lo sciacallo, né il venduto:
laggiù starai in pace.

Lo senti quel passo, un passo pieno di passi, qualcosa
di grandioso che viene dalla steppa, dal Don, dal freddo?
Lo senti quel passo fiero di soldato sulla neve?
Sorella, sono i tuoi passi.

E passeranno un giorno dalla tua piccola tomba
prima che le rose di ieri appassiscano;
passeranno per vedere quelli di un giorno, domani,
dove stia ardendo il tuo silenzio.

Un mondo marcia verso dove andavi tu, sorella.
Ogni giorno cantano i canti delle tue labbra
sulle labbra del popolo glorioso che tu amavi.
Col tuo cuore valoroso.
Nei vecchi focolari della tua patria, sulle strade
polverose, una parola passa di bocca in bocca
qualcosa riaccende la fiamma delle tue adorate genti,
qualcosa si sveglia e comincia a cantare.

Sono i tuoi, sorella: quelli che oggi pronunciano il nome tuo
noi che da ogni luogo delle acque e della terra
col tuo nome altri nomi taciamo e pronunciamo.
Perché il fuoco non muore.
Pablo Neruda (da Tre residenze)

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