Editoriale FOTOgraphia 181 maggio 2012

Copertina FOTOgraphia 181 maggio 2012

 

 
  Lapidario! Le pagine di FOTOgraphia interpretano la materia con significativi scarti di significato. Quantomeno, così fanno, a differenza delle convenzionalità giornalistiche stabilite da tempo e perseguite coerentemente da molti (noi, no). Anche se sarebbe bene non limitare le considerazioni al proposito, si potrebbe confinare la combinazione alternata degli argomenti che proponiamo mese per mese, mese dopo mese, nell’ampio contenitore delle divagazioni finalizzate (e più avanti andiamo oltre).
In questo senso, si è autorevolmente espressa Giuliana Scimé, figura di spicco della fotografia italiana, in introduzione al saggio storico 1839-2009. Dalla Relazione di Macedonio Melloni alla svolta di Akio Morita, compilato con analoghe digressioni, altrettanto volontarie: «Non lasciatevi fuorviare dalla lievità di certi episodi. La lievità, la sottintesa impertinenza sono brillanti mezzi da abile saggista per alleviare la tensione di un argomento fin troppo serio, e trattato con la più assoluta consapevolezza del sapere».
E questo è un punto di vista, è parte di un insieme più articolato e complesso. Infatti, in avanti, non si tratta soltanto di alleviare le tensioni -per quanto anche di questo si tratti-, quanto di intendere l’interesse fotografico come fantastico s-punto di partenza e non come arido punto di arrivo: magari, addirittura autoreferenziale. Da cui, e per cui, ecco qui che il nostro girovagare attorno la fotografia ce la fa incontrare nella vita di tutti i giorni e in espressioni che appartengono al contesto sociale (diciamola così, in sostanziosa semplificazione).
Va da sé che anche le altre nostre frequentazioni fotografiche, che si manifestano in indirizzi mirati, si esprimono in modo analogo: dato l’argomento proposto, la sua presentazione e il suo svolgimento spaziano oltre la traccia lineare da capo a fine, includendo cambiamenti di direzione, opportuni e adeguatamente integrativi. Ovviamente, nulla è fatto e nulla è detto senza uno scopo, che è poi quello di focalizzare meglio e più convincentemente il motivo principale, il motivo prospettato. Insomma, non è una esibizione di “sapere” (cultura?), ma di voglia di condividere. E, forse, capacità di farlo.
Ecco, quindi, che ho accolto con entusiasmo il fascicolo 320 del periodico a fumetti Martin Mystère, con il quale sono state avviate le celebrazioni dei trent’anni di pubblicazione, che partono proprio con una avventura a tema: Anni Trenta, manco a dirlo. Subito detto: la sceneggiatura è infarcita di citazioni e richiami a tutto tondo, dalla letteratura popolare al cinema, al fumetto, al costume, a molto altro ancora. Leggendolo, dopo averne riconosciuti un paio, ho cominciato ad annotarmeli… per poi trovarmi la chiave interpretativa alla fine dell’avventura. Bravi! È anche così che si fa, per il senso e gusto di stare bene assieme… magari a partire da un pretesto condiviso: il fumetto, in questo caso. La fotografia, per quanto ci riguarda più da vicino.

Maurizio Rebuzzini

   
     
   
Con il numero 320 di Martin Mystère iniziano le celebrazioni dei trent’anni di pubblicazione del fumetto: un’avventura in puro stile Anni Trenta (peraltro, così intitolata), densa di richiami a tutto tondo. Sulla copertina, una avvincente e convincente citazione di una celebre fotografia, spesso parodiata in mille e mille occasioni. Si tratta della nota raffigurazione di operai edili in pausa pranzo, a New York, su una traversina sospesa nel vuoto, a una altezza consistente. È una fotografia più che conosciuta e riconosciuta, che ha superato i confini degli addetti, per approdare a socialità quotidiane. In questo caso, sulla traversina sono i protagonisti del fumetto, che brindano al loro anniversario. A volte erroneamente attribuita a Lewis W. Hine, figura fondamentale della Storia della fotografia, che documentò l’edificazione dell’Empire State Building, di New York, la fotografia originaria, ufficialmente identificata come Lunch Atop a Skyscraper (pranzo in cima a un grattacielo), oppure Lunch Atop a Girder (pranzo in cima a una trave), è di Charles C. Ebbets, e si riferisce all’edificazione del Rockefeller Center (1932).
 

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