Editoriale FOTOgraphia 179 marzo 2012

Copertina FOTOgraphia 179 marzo 2012

 

 
  Detto chiaramente: sono fermamente convinto che le fotografie di giornalismo abbiano sempre bisogno (e necessità) di didascalie esplicative, non fosse altro che di tempo e luogo, ma anche situazione e contesto. Altrimenti, certo fotogiornalismo rischia di essere non comprensibile e decontestualizzato. In questo senso, sono lontano da un certo orientamento recente, che propone il fotogiornalismo nel mondo e mercato dell’arte, con quotazioni coincidenti e corrispondenti, facendo leva unicamente sull’apparenza dell’inquadratura e composizione: ne abbiamo già riferito, e non serve alcuna replica al proposito.
Immancabilmente, la didascalia esplicativa (in gergo “dida”) è necessaria per decifrare fotografie che potrebbero risultare altrimenti rispetto le intenzioni originarie e i riferimenti di provenienza. Da cui, non possiamo riferire al fotogiornalismo una considerazione di Henri Cartier-Bresson, la cui fotografia è altro, secondo il quale le fotografie debbano «Parlare agli occhi e al cuore». Più ragionevolmente, Walter Benjamin ha scritto che «La macchina fotografica diventa sempre più piccola e sempre più capace di afferrare immagini fuggevoli e segrete, il cui effetto di shock blocca nell’osservatore il meccanismo dell’associazione. A questo punto deve intervenire la didascalia, che include la fotografia nell’ambito della letterarizzazione di tutti i rapporti di vita, e senza la quale ogni costruzione fotografica è destinata a rimanere approssimativa».
Da cui, e a questo proposito, nel luglio 2008, abbiamo commentato una fotografia di Stanley Greene, dell’Agenzia Noor Images, secondo premio nella categoria General News Singles del World Press Photo di quell’anno, nella quale è inquadrato un particolare di un terreno coperto da segni e un paio di impronte di suola di scarpa. Le tracce evocano il modo in cui è stato assalito il villaggio di Furawiya, nel Darfur (Sudan occidentale), avvenuto nel 2003. Alla fine di gennaio 2007, il diagramma è stato disegnato da un sopravvissuto a quell’attacco, che Stanley Greene ha incontrato in un campo profughi sul confine con il Chad. Il villaggio fu raso al suolo e furono commesse le solite atrocità nei confronti degli abitanti. Però, senza contestualizzazione, la fotografia non raffigura altro che “banali” segni sul terreno.
Altrettanto, in stretta attualità, richiamiamo il secondo premio Spot News Stories del WPP 2012, assegnato allo svedese Niclas Hammarström, in fotocronaca per il quotidiano Aftonbladet. Priva di indicazioni, la fotografia che sintetizza l’intero servizio sarebbe sostanzialmente banale e persino inutile. Ma si tratta di una raffinata rappresentazione e interpretazione per sottrazione: il ventidue luglio, il terrorista Anders Behring Breivik ha ucciso sessantanove persone sulla piccola isola di Utøya, fuori Oslo, in Norvegia; per evitare le pallottole del killer, molte persone si sono gettate nell’acqua gelata del Mare del Nord. Da cui, dato il quadro, una fotografia autenticamente eloquente ed efficace.

Maurizio Rebuzzini

   
     
   
Secondo premio Spot News Stories al World Press Photo 2012 (sul 2011): Niclas Hammarström, Svezia, per Aftonbladet. Il ventidue luglio, il terrorista Anders Behring Breivik ha ucciso sessantanove persone sulla piccola isola di Utøya, fuori Oslo, in Norvegia; per evitare le pallottole del killer, molte persone si sono gettate nell’acqua gelata del Mare del Nord.
 

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