Editoriale FOTOgraphia 178 febbraio 2012

Copertina FOTOgraphia 178 febbraio 2012

 

 
  Tanti cambiamenti stanno attraversando la nostra vita, anche soltanto quella fotografica. Molti sono specifici -a ciascuno i propri-; altrettanti sono generali e universali. Alcuni dipendono da fatti sovrastanti, altri da condizioni particolari e presto individuate, sia momentanee sia persistenti. Per esempio, nello specifico della fotografia, nostro territorio titolare (per quanto non esclusivo, e qui interpretato spesso con uno scarto volontario e consapevole), pur non intendendo entrare nella disputa (senza senso) tra le tecnologie applicate alla fotografia, non possiamo ignorare, e neppure sottovalutare, come e quanto l’attualità digitale (al passo e in ordine con i ritmi assoluti dei nostri giorni) abbia letteralmente trasfigurato tutto: dalla filiera tecnico-commerciale, che ha subìto contraccolpi, alle pratiche autenticamente e specificamente fotografiche, che hanno ritoccato molte abitudini. Per conseguenza diretta, l’esercizio fotografico ha perso approcci del passato, per acquisirne di nuovi… del presente.
Ecco dunque che le trasformazioni sociali, che sono sempre proseguite con ritmo cadenzato e -tutto sommato- appartato e tranquillizzante, procedono oggi con cadenza serrata, travolgendoci con una rapidità alla quale è difficile abituarsi (soprattutto, in dipendenza delle rispettive anagrafi). Addirittura, spesso e volentieri, si avvicinano modi e metodologie che scompaiono presto, dissolvendosi in tempi brevi, senza lasciare alcuna traccia.
Ma non è questo il punto, seppure in qualche misura appare esserlo, quanto -tangibilmente- lo sono le consecuzioni. Insomma, non si tratta tanto di contrastare le inevitabili evoluzioni, quanto di non farsi prendere la mano dai mutamenti. La base sostanziale e sostanziosa dell’esistenza non deve essere assolutamente intaccata dalle urgenze momentanee che si alternano rapidamente le une alle altre. Ovvero, per quanto si debba conciliare la propria esistenza con tutto quanto si trasforma e tramuta, l’appoggio individuale deve rimanere saldo e inviolato: i princìpi non devono essere alterati, modificati, dimenticati.
Per questo, ciascuno di noi -in assoluto e nella propria frequentazione e personalità fotografica- deve rimanere se stesso, per offrire la solidità delle proprie esperienze e visioni. L’unità di misura intoccabile è il Tempo: quello proprio e quello che viviamo nella collettività e socialità di ogni giorno; quello individuale e quello condiviso. Il Tempo: straordinaria misura di se stessi e del proprio vivere.
Oggi come ieri, oggi più di ieri, il Tempo rappresenta la nostra esistenza, memoria e partecipazione alla Vita, che deve scorrere arricchendosi di esperienze, senza lasciarsi travolgere da alcun impoverimento possa presentarsi nel proprio quadro visivo ed esistenziale. Tutti noi dipendiamo sempre e comunque dal confronto con ciò che il trascorrere del Tempo ci toglie e ci dà. Oggi, come ieri. Oggi, più di ieri.

Maurizio Rebuzzini

   
     
   
La più banale delle trasformazioni fotografiche dei nostri giorni (rispetto al passato, anche soltanto prossimo): dall’inquadratura con mirino esterno o dall’oculare della reflex al monitor allontanato in avanti e tenuto a debita distanza.
Visualizzazioni da tre film richiamati su questo stesso numero, nell’ambito della plausibilità dei gesti fotografici in film non italiani. Rispettivamente, da Ghostbusters II (Acchiappafantasmi II), di Ivan Reitman, del 1989 (Bill Murray nei panni del dottor Peter Venkman, con Brooks-Veriwide 100), Urla del silenzio, di Roland Joffé, del 1984 (Sam Waterston nei panni del giornalista Sydney Schanberg, con Nikon F2), Bad Boys II, di Michael Bay, del 2003 (Will Smith nei panni del detective Mike Lowrey, con Sony Cyber-shot).
 

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