Editoriale FOTOgraphia 176 novembre 2011

Copertina FOTOgraphia 176 novembre 2011

 

 
  Giunti a questo punto (di tecnologia), si impongono riflessioni e considerazioni che vadano oltre la sola superficie delle questioni. Come previsto, oltre che temuto, una volta risolti gli equilibri principali (la sovrastruttura portante), l’inviolabile richiesta di novità a tutti i costi ha imposto ai produttori di andare oltre: di arrivare sottotraccia, di muoversi per vie traverse e affrontare l’infrastruttura della ripresa fotografica. Così che sono ormai obbligatorie le fantomatiche funzioni “artistiche” e “creative”, che a un tocco di pulsante trasformano la fotografia standard -ritenuta troppo banale e poco appagante-, trasportata verso altre esuberanze formali. Soltanto formali.
Ovvero, detta altrimenti: la fotografia, che meriterebbe di essere apprezzata in quanto tale -fotografia-, va ad assumere altri connotati, indossando abiti diversi (soprattutto pittorici) e anche propri (dall’apparenza delle macchine giocattolo alla fisionomia delle copie a sviluppo immediato). Invece di essere “artistica” in relazione e dipendenza dei propri valori lessicali e grammaticali, lo diventa in subordine all’acquisizione di altri parametri, alla portata di un semplice tasto, da premere in clamorosa scorciatoia di intenti.
Ci sarebbe tanto da dire al proposito, ma non qui e non ora. Soltanto, annoto come e quanto gli equilibri concettuali attorno la fotografia si basano su intrecci infiniti, all’interno di una vicenda che, senza soluzione di continuità, passa dalla tecnica alla creatività, dalla produzione all’utilizzo, dal proprio ambito alla società, dal linguaggio alla comunicazione. E tanto altro ancora.
Ciò rilevato, non soltanto per questo, considero quantomeno disdicevole questa attuale indicazione industriale, che riporta indietro l’ipotesi fotografica di decenni, se non secoli, addirittura. Anche senza averne avuta l’intenzione (escludo che l’industria produttrice abbia tanta competenza storica), in un certo senso torniamo allo stucchevole pittorialismo del secondo Ottocento, quando la fotografia pietiva di accedere all’arte dimostrando di saper imitare e applicare gli stereotipi della raffigurazione pittorica (appunto). A distanza di decenni, in avanti, furono altri gli autori che offrirono alla fotografia l’agognata patente, applicando esclusivamente il linguaggio esplicitamente fotografico. Storia antica, storia nobile, della quale dobbiamo essere fieri.
E allora: nessuna elemosina deve essere richiesta, ma si devono esigere riconoscimenti per se stessi e per le proprie prerogative ed espressività. La fotografia che sembra un quadro, magari buona per le pareti del salotto di nonna Speranza, non è né una né l’altro. Smette di essere dignitosamente se stessa, senza peraltro fare alcun balzo avanti (?). Sia professionale, dal giornalismo alla moda, alla pubblicità, sia espressiva, sia fotoricordo, la fotografia resti sempre e soltanto fotografia. Tanto basta, senza peraltro mai avanzare. Tanto ci basti. Con emozionanti gocce di memoria. Punto.

Maurizio Rebuzzini

   
     
   
Gocce di memoria. Evocate in copertina e celebrate da pagina ventidue. Gocce di memoria. Punto.
 

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