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		<title>Mr. Salesman</title>
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		<pubDate>Thu, 02 May 2013 16:12:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Rebuzzini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dipende tutto dai punti di vista e riferimenti individuali. Chi si richiama al gossip, al pettegolezzo sulla vita privata dei personaggi pubblici, soprattutto quelli dello spettacolo, riconosce Diane Keaton, all’anagrafe Diane Hall, come antica compagna di vita di Woody Allen, al quale è stata legata per anni, all’inizio dei Settanta, conosciuto sul palcoscenico della commedia Provaci ancora, Sam, replicata con successo a Broadway.
Successivamente, ha recitato in otto film del regista. Indipendentemente dalle cronologie, tra questi, si è soliti individuare l’apice in Io e Annie, del 1977, in originale Annie Hall (che riprende sia il vero cognome dell’attrice, sia il nomignolo attribuitole fin da piccola, in famiglia, con la quale la chiamava lo stesso Woody Allen), ritenuto da molti una trasposizione autobiografica della loro storia d’amore: premio Oscar e Golden Globe come migliore attrice protagonista; sessantesima migliore interpretazione di tutti i tempi, nella classifica delle prime cento, stilata nel 2006 dalla prestigiosa e autorevole rivista statunitense Premiere.
Quindi, come è fin scontato, per molti altri, tutti per il vero, Diane Keaton è un’attrice cinematografica (tra l’altro nel cast della saga del Padrino), e qualcuno sa persino che, a complemento, è anche produttrice e regista, soprattutto televisiva. Non è un’attrice di fila, una comparsa, ma, come puntualizzato dal giornalismo che ne sa, è una delle attrici più influenti di Hollywood.
A seguire, Diane Keaton è anche fotografa, sulle orme della madre Dorothy Keaton (dalla quale il nome d’arte adottato, in vece del cognome anagrafico Hall, del padre Jack), fotografa negli anni Cinquanta e Sessanta. Ovviamente, date le esperienze e maturazioni culturali, Diane Keaton non è fotografa con riferimenti e richiami al mercato professionale, quanto all’esplorazione del linguaggio. Tanto che è obbligatorio richiamare una sua valutazione, ripresa da uno dei suoi tanti testi di riflessione, ai quali stiamo per riferirci: «La permanenza può trovarsi solo nell’immortalità promessa dai risultati dello scatto di una macchina fotografica», ha rilevato; aggiungendo poi «che piaccia o no, la vita si muove velocemente, a differenza della fotografia».
Da qui, è necessario sottolineare come e quanto la fotografia svolga un ruolo centrale nella vita di Diane Keaton, che ha pubblicato fascinose monografie con sue immagini: California Romantica (Random House, 2007) e Reservations (Knopf, 1980), entrambe sul valore di conservare i segni del tempo nell’architettura e nella vita. Attenzione: tra tanto altro ancora, Diane Keaton è anche attivista della Los Angeles Conservancy, per la difesa dei siti storici della grande architettura americana.
Ma, soprattutto, oltre a essere fotografa, Diane Keaton è una acuta osservatrice della fotografia altrui. Nella sua vita ha collezionato migliaia di fotografie di vario genere, tra le quali molte di personaggi che l’hanno incuriosita per le espressioni dei volti, per l’abbigliamento e per il rapporto che hanno stabilito nelle immagini, probabilmente vicino oppure distante dalla realtà della vita di tutti i giorni. Per lo più, si tratta di fotografie in posa, tra le quali spiccano quelle di commessi viaggiatori, star del cinema e clown di circhi minori.
Tralasciamo per ora la prima di queste tre categorie, che è soggetto principale del nostro attuale interessamento, sul quale arriviamo più avanti, per liquidare subito le altre due, raccolte in monografie illustrate che Diane Keaton ha curato assieme a Marvin Heiferman, docente presso il prestigioso International Center of Photography, di New York: Still Life (Callaway, 1983), raccolta di fotografie pubblicitarie e promozionali anacronistiche del cinema hollywoodiano degli anni Quaranta e Cinquanta; Clown Paintings (PowerHouse Cultural Entertainment, 2002), osservazione complice di un mondo parallelo, che si incrocia con la realtà secondo tempi e programmi prestabiliti.
Ancora in anticipo sulla meta che ci siamo prefissi, e a completamento della personalità di Diane Keaton curatrice fotografica, va ricordato almeno un altro titolo significativo e di spessore: Local News: Tabloid Pictures from the Los Angeles Herald Express 1936-1961 (Lookout PowerHouse, 1999), straordinaria selezione di fotografie di cronaca nera, riferimento privilegiato della fotografia giudiziaria e antropologica dei nostri tempi. E poi, ci sono ancora introduzioni e postfazioni a monografie d’autore; sopra tutte: Los Angeles, di Tim Street-Porter (Random House, 2008) e The Photographs of Ron Galella 1965-1989 (Greybull Press, 2003).
Realizzato e pubblicato nel 1993, lucrosamente quotato nell’ambito dei titoli in qualche modo antiquari (quattromila copie di tiratura originaria), Mr. Salesman è forse una delle più inquietanti raccolte fotografiche curate da Diane Keaton, che ha conservato inalterato il proprio smalto originario, destinato a rimanere tale, proiettandosi in avanti nei decenni.
Da una parte, si colloca a pieno diritto nella visione della fotografia che definisce la personalità dell’attrice, qui in veste di esperta curatrice fotografica. Dall’altra, stabilisce un punto fermo, irremovibile dei tempi e modi che le immagini raccontano. Del resto, come la stessa Diane Keaton precisa, autentico linguaggio visivo del Novecento (lo diciamo noi), la fotografia svolge un ruolo discriminante nella società moderna, nella quale ciascuno può essere dimenticato, e ogni esistenza può rivelarsi niente altro che la messa in scena di una sceneggiatura priva di senso: quello che rimane alla fine di una vita, di ogni vita, sono le immagini “eternate”, molto spesso inconsapevolmente. Per questo, Diane Keaton rileva come sia necessario essere sinceri sia con la propria immagine sia con la propria realtà più intima.
In raffinata forma editoriale attuale, altresì impreziosita da intenzioni esplicite e manifeste, con cadenza addirittura ossessiva, le pagine di Mr. Salesman riuniscono e propongono fotografie di commessi viaggiatori degli anni Quaranta e Cinquanta, originariamente realizzate per manuali guida e di comportamento della Jam Handy Organization, fondata nel 1911 da Henry Jamison “Jam” Handy, uno dei vertici del marketing statunitense del Novecento. Dall’introduzione di Diane Keaton: «Qualche cosa, nelle loro facce spente, nella loro figura in piedi, quasi in secondo piano rispetto gli ambitissimi oggetti che vendevano, mi hanno suscitato una profonda tristezza».
Certo, ne concordiamo, è una tristezza anche anagrafica, definita dalla retrovisione a un mondo e comportamenti codificati che identificano un’epoca lontana, magari triste nella propria spasmodica ricerca di felicità effimere (sollecitate dal possesso e dalla esibizione di oggetti). Al giorno d’oggi, il commercio non si spinge a tanto, pur stabilendo analoghi stili di comportamento e producendo stereotipi simili (archetipi?). Apparentemente più brillanti di chi li ha temporalmente preceduti, gli attuali agenti commerciali non sono diversi dai nonni americani, riuniti in Mr. Salesman: i loro attuali riti e le loro posture brillanti, che appaiono disinvolte, replicano inviolabilmente sapori antichi e tristezze senza tempo (e sappiamo bene di cosa stiamo parlando, avendo ben presenti molti esempi italiani dei nostri giorni, distinti in tante sfumature regionali e di mercato, ma uniti in unico minimo comun denominatore inviolabilmente grottesco).
Così che, Mr. Salesman è una raccolta confortante: utile a chi ne voglia individuare la stretta attualità, tranquillizzante per coloro i quali pensano di prendere le distanze con il passato. Ciascuno la può interpretare a proprio modo e convenienza, e il risultato non cambia: (riprendiamo quanto già annotato) sincerità sia con la propria immagine e sia con la propria realtà più intima. E la sincerità, diciamolo chiaramente e riconosciamolo, è un esercizio individuale della mente: ciascuno risponde alla propria idea e ipotesi di sincerità, mai oggettiva, sempre soggettiva.
Ancora con Diane Keaton, che racconta del passato, ma rivela il presente: «Quelli erano i tempi nei quali tutti credevano che le contraddizioni esistenziali potessero essere superate possedendo un televisore Rca Victor Console, una lavatrice e un’asciugatrice Philco, una piscina Blue Boy. Per qualche strano motivo, queste fotografie mi hanno rievocato tutti quegli elettrodomestici e quelle cose di pregio alle quali si ambiva» [a proposito, tra le pieghe della sceneggiatura del cinematografico Mona Lisa Smile, di Mike Newell, del 2003, i sogni di “appagante” vita coniugale della provincia conservatrice americana degli anni Cinquanta sono definiti proprio da questa visione esistenziale, per la quale una sposina convoca un’amica fotografa, che con una Rolleiflex la ritrae sorridente accanto tutti i suoi elettrodomestici, uno dopo l’altro in sequenza perfino inquietante].
Mr. Salesman schematizza e ufficializza i codici formali ed esteriori del bravo commesso viaggiatore, quello che avrebbe ottenuto i migliori risultati andando di casa in casa, suonando alla porta di potenziali clienti, ai quali offrire le proprie mercanzie. Le migliori tecniche di vendita erano spiegate in manuali e corsi di istruzione basati su visualizzazioni fotografiche esplicative, di volta in volta corredate di cifre all’interno di grafici a torta perfettamente disegnati. Sopra tutto, e inviolabilmente, i polsini della camicia avrebbero dovuto fuoriuscire esattamente di un pollice e mezzo dalla giacca a tre bottoni.
Conclusione, ancora dall’attenta introduzione di Diane Keaton: «È importante tenere presente che le fotografie di quei manuali di vendita erano concepite come strumenti di marketing per alcuni prodotti ed erano state scattate con l’intento principale di allenare i rappresentanti di commercio a conoscere quelli che avrebbero venduto.
«Il signor Handy, autore del metodo di vendita Jam Handy, non avrebbe mai potuto immaginare un futuro nel quale queste fotografie sarebbero state considerate responsabili del caos delle nostre vite. Sfortunatamente, però, il Signor Rappresentante fissa con tale intensità da sotto in su l’atrofico vivere all’interno dei confini del Sogno Americano, che è difficile non attribuirgli più di ciò che si intendeva. È difficile non coglierne lo sguardo totalmente inespressivo senza rabbrividire per l’oscura frustrazione che è lì, in attesa di esplodere». Diavolo, quanta attualità con gli agenti di vendita dei nostri giorni, che peraltro non vanno certamente più di porta in porta, ma da negozio a negozio, trascinano comunque il fardello di una colpevole insolenza di intenti e intenzioni.
Ancora Diane Keaton: «A ripensarci, queste immagini sono un trattato, un manuale su come perdere la propria anima. A prima vista, avevo pensato che fossero buffe, perché gli strumenti connessi alle vendite -quali cartine, grafici, valigette e diagrammi- hanno quasi più personalità degli uomini.
«È stato quando ho smesso di sorridere che mi ha colpito la risoluta assenza di reazione del Signor Rappresentante a qualsiasi emozione. Ed è stato allora che qualcosa ha iniziato a rodermi dentro. È allora che mi sono intristita. È allora che ho deciso di compensare quella tristezza imbevendo quelle immagini del mio immaginario sentimentale».
Grazie, Diane Keaton. Ti siamo grati per questa visione e per la chiarezza con la quale l’hai presentata. Tanto siamo coscienti che la fotografia sia prepotentemente uno degli elementi della vita dei nostri tempi, sapremo fare prezioso tesoro di questa lezione, che non si esaurisce nella propria manifestazione apparente, il mondo della vendita commerciale americana dei decenni scorsi, ma approda a ben altre essenze.
La vita è qui, e ora.]]></description>
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		<title>Audrey Hepburn. Photographs 1953-1966</title>
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		<pubDate>Thu, 02 May 2013 15:32:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Rebuzzini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nostalgia, ma anche memoria (individuale, e forse collettiva), in eguale misura. Indossate da Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany (Breakfast at Tiffany’s, di Blake Edwards, del 1961, dall’omonimo romanzo di Truman Capote), le creazioni di Givenchy hanno creato una vera a propria icona di stile, entrando nell’immaginario collettivo del nostro tempo. Al di sopra di ogni sospetto, considerato che noi viviamo mille e mille miglia distanti dalle manifestazioni della moda (e dintorni/contorni), questa considerazione ha un valore soprattutto sociale. Definisce un tempo e un mondo nel quale educazione e stile venivano prima di molto altro, forse prima di tutto.
Abito nero, occhiali da sole e fantastico giro di perle, un panino consumato davanti alle vetrine di Tiffany, sulla Fifth Avenue, a Manhattan, Audrey Hepburn è simbolo di una raffinatezza che oggi è difficile immaginare, visto e considerato che ben altri sono diventati valori di vita: dall’insolenza all’arroganza, dalla maleducazione alla supponenza, dalla trivialità all’incultura. È quello il mondo nel quale vorremmo ancora vivere, pur muovendoci su piani diametralmente opposti e con richiami assolutamente divergenti: ma sapremmo apprezzare un clima nel quale, dati questi presupposti, ogni valore sarebbe inviolabilmente riconosciuto come tale, e per questo rispettato.
Quell’eleganza, così distante dai nostri gusti e dalla nostra esistenza (a ciascuno, la propria), rappresenta certezze sociali da ammirare, probabilmente da abbattere (sì, da abbattere), per essere sostituite da altre giustizie: non certo dalla confusione dei nostri giorni! Eleganza e stile straordinariamente interpretati da Audrey Hepburn, che si erano cinematograficamente annunciati in Vacanze romane e Sabrina (1953 e 1954).
La carriera di attrice di Audrey Hepburn è definita dai titoli ricordati fino a questo punto. Dopo di che richiamiamo altre due segnalazioni: una di delicato epilogo e l’altra di immancabile sapore fotografico.
L’ultima apparizione cinematografica di Audrey Hepburn, mancata nel gennaio 1993, a sessantaquattro anni, è del 1989. Affascinante sessantenne, è l’angelo Hap del commovente Always (in Italia Always per sempre), diretto da Steven Spielberg. È lei che sostiene, assiste e motiva Pete Sandich (interpretato da Richard Dreyfuss), nel passaggio dalla vita alla morte. Lo traghetta, aiutandolo a risolvere e annodare i fili sospesi che deve lasciare sulla Terra, consentendo a chi ancora vive di condurre un’esistenza meritatamente serena, senza rimpianti né rammarichi.
Quindi, sempre dal fronte cinematografico, dal nostro punto di vista oggettivamente particolare e mirato, non possiamo soprassedere sull’interpretazione in Cenerentola a Parigi (Funny Face, di Stanley Donen, del 1957). Si tratta di una sceneggiatura a dir poco forzata e improbabile, che fa colpevole scempio di ogni dignità che personalmente attribuiamo alla fotografia di moda e al suo mondo (che ci è estraneo e distante: ripetizione), alla quale ha contribuito Richard Avedon, fotografo del quale non si può non considerare e rispettare il rigore professionale, allineato con l’efficacia e spessore di una lunga carriera espressiva, costellata di straordinarie immagini (non soltanto di moda). Ufficialmente, Richard Avedon, ai tempi trentatreenne, risulta consulente del colore e degli effetti fotografici del film, ma ufficiosamente è più che palese la sua partecipazione diretta alla definizione dei tratti identificativi e scenografici del fotografo protagonista, interpretato da un poco credibile Fred Astaire.
In molte occasioni pubbliche, lo stesso fotografo di fantasia è stato esplicitamente riconosciuto proprio in Richard Avedon; in cronaca, ai tempi, e in commenti successivi, molti critici cinematografici statunitensi hanno allineato la raffigurazione scenica a Richard Avedon (i critici italiani non lo hanno fatto, perché -molto probabilmente- neppure conoscono l’“originale”); da parte nostra, oggi aggiungiamo una nota parallela, rilevando che il personaggio del film si chiama Dick Avery, e “Dick” è il diminutivo corrente di Richard.
Ora, pur non entrando in merito alla vicenda narrata in Cenerentola a Parigi, richiamiamo l’attenzione sulla raffigurazione quantomeno caricaturale del mondo della moda, come abbiamo appena rilevato, a partire dai capricci e isterismi della redazione della rivista di moda newyorkese, dalla quale parte il racconto (anche per questa possiamo evocare un irriverente parallelo con Harper’s Bazaar e con il suo art director Alexey Brodovitch, Dovitch sullo schermo, nell’interpretazione di Alex Gerry). E poi non possiamo, né vogliamo, soprassedere sulla favola della commessa di libreria del Greenwich Village, di New York, trasformata in affascinante modella: appunto Cenerentola, dall’intellettualismo di maniera ai fasti dell’effimero, nell’interpretazione di Audrey Hepburn, nei panni di Jo Stockton.
Per quanto riguarda il nostro osservatorio mirato e privilegiato, spesso orientato sulla presenza della fotografia nel cinema, nell’ampio contenitore di Funny Face / Cenerentola a Parigi abbiamo apprezzato identificati momenti appunto fotografici. Pensiamo prima di altro all’invasione nella libreria del Greenwich Village, identificata come location adeguata al contrasto visivo con l’alta moda, e alle successive sequenze di moda per le strade di Parigi: in tutti i casi, con Rolleiflex e apparecchi 8x10 pollici di diversa natura, tra i quali si può riconoscere la mitica Deardorff in legno, che sono stati gli strumenti fotografici di Richard Avedon.
Ancora, sottolineiamo la presenza nel film di modelle attraverso le cui pose sono state anche scritte pagine significative e significanti della fotografia di moda: sopra tutte, Dovima (nei panni di Marion), che è poi il celebre volto/corpo di Dovima con gli elefanti (Cirque d’Hiver; Parigi, agosto 1955), di Richard Avedon, e Suzy Parker.
A questo proposito, e in collegamento, non ignoriamo come le sequenze di moda a Parigi riflettano lo spirito della realtà di strada, che lo stesso Richard Avedon stava appunto visualizzando in quegli anni. Oltre la citata imprevedibilità di Dovima con gli elefanti, si ricordano anche altri scorci di esistenza, con marciapiedi affollati o curiosi di contorno. E su tutti e tutto impera la raffinata presenza di Audrey Hepburn (Jo Stockton: la Cenerentola evocata nel titolo italiano).
Pubblicata nell’ambito dei libri in edizione particolare, spesso addirittura speciale (Collector’s Edition, in tiratura limitata e certificata), la monografia Audrey Hepburn. Photographs 1953-1966, del bravo Bob Willoughby, cantore dei fasti di Hollywood, è un documento fotografico di spessore. Protagonista assoluta è proprio Audrey Hepburn, nel periodo d’oro del suo cinema, fotografata nella vita privata e sui set dei film nei quali ha recitato.
Ne risulta un ritratto senza eguali su una eleganza e raffinatezza che hanno segnato il secondo Novecento (e che ameremmo ritrovare nello star system dei nostri giorni: che almeno sia elegante e raffinato, e non volgare e insolente, oltre che ignorante).
Nella sua brillante carriera, come fotografo di studio, a Hollywood, Bob Willoughby ha realizzato numerosi ritratti che hanno definito i tratti di un mondo e un’epoca: da Marilyn Monroe a Elizabeth Taylor, a Jane Fonda. Ma la sua fama è inequivocabilmente vincolata all’intenso rapporto professionale che l’ha legato a Audrey Kathleen Ruston, conosciuta solo come Audrey Hepburn, la sua attrice preferita, la sua personalità del cinema più amata.
Bob Willoughby fu inviato a fotografare una nuova star del firmamento cinematografico, una mattina del 1953, poco dopo il suo (di lei) arrivo a Hollywood. In origine, si sarebbe dovuto trattare di un assignment generico, e forse anche banale; ma l’incontro con tanta raffinata bellezza europea (Audrey Hepburn è nata in Belgio) emozionò il già esperto ritrattista. Ancora oggi, a quasi sessant’anni di distanza, il ricordo di quel primo incontro è vivo e palpitante: «Mi prese la mano... con delicatezza, come una principessa. Mi ha abbagliato, con quel sorriso che Dio ha donato per sciogliere il cuore degli uomini».
Fu subito amicizia, e la partecipazione emotiva del fotografo traspare da tutti i suoi ritratti, sul set e nella vita privata dell’attrice. Nella monografia si susseguono le tappe di una carriera cinematografica esemplare, a partire dal folgorante debutto da Oscar in Vacanze romane, tutte declinate alla luce delle infinite sfaccettature di una bellezza e un’eleganza uniche, il cui apice si è registrato nella parte della seducente Holly Golightly, in Colazione da Tiffany. A questo proposito, e per chiudere, ancora una evocazione del “piccolo abito nero” di Hubert de Givenchy, come è stato sempre definito, che ne è il simbolo.]]></description>
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		<title>Fumetto maggio 2013</title>
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		<pubDate>Thu, 02 May 2013 13:50:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Rebuzzini</dc:creator>
				<category><![CDATA[CURIOSITÀ]]></category>
		<category><![CDATA[Fumetti commentati]]></category>

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		<title>Ritrovamento del cadavere di Aldo Moro</title>
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		<pubDate>Thu, 02 May 2013 12:54:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Rebuzzini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Accadde nel mese]]></category>
		<category><![CDATA[STORIA & MEMORIA]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 9 maggio 1978 fu ritrovato il cadavere dell’onorevole Aldo Moro: nel bagagliaio di una Renault R4 rossa abbandonata dalle Brigate Rosse in via Caetani, nel centro di Roma. Cinque volte presidente del Consiglio dei ministri, presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro era stato rapito il sedici marzo precedente: cinquantacinque giorni di controversa prigionia, appunto fino al nove maggio.
Questa vicenda buia della politica italiana è scandita anche dal ritmo di tre fotografie: le due polaroid inviate dalla Brigate Rosse ai quotidiani (rispettivamente pubblicate il diciannove marzo e il ventuno aprile) e quella di Gianni Giansanti del cadavere.
Con questa fotografia epocale, Gianni Giansanti, allora ventiduenne (e poi prematuramente scomparso, il 18 marzo 2009, a cinquantatré anni), iniziò la sua carriera fotogiornalistica, siglata dalla copertina dell’edizione europea del settimanale Time.
In quei concitati giorni, molti fotografi erano accampati nel centro di Roma, in attesa di una conclusione annunciata e prevista. Gianni Giansanti fu abile nell’inseguire le volanti della polizia, a correre dall’altro lato di via Caetani, per infilarsi in un varco dopo aver visto che stavano chiudendo la strada dal lato di Botteghe Oscure, ad avere la prontezza di chiedere ospitalità in una casa di sconosciuti, per fotografare dall’alto.]]></description>
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		<title>Myosotis</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Apr 2013 14:52:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Rebuzzini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Myosotis, titolo del reportage con il quale Paolo Ciregia si è affermato al Leica Talent 2012, categoria M (professionale), si richiama e riferisce ad Alessia, nata lo scorso febbraio da Laura, malata di Sla da oltre due anni. Nel suo genere, si tratta di un caso unico, che descrive al meglio lo spirito di speranza e positività che anima il Centro Clinico Nemo, ad alta specializzazione, che prende in carico e assiste persone affette da patologie neuromuscolari, malattie degenerative e intensamente disabilitanti. Myosotis: termine scientifico che indica il fiore più comunemente conosciuto come non-ti-scordar-di-me, emblema dell’amore eterno del ricordo e simbolo di salvezza dal dolore e di speranza.
In conformità con lo spirito del Leica Talent, che si propone l’individuazione di nuovi talenti nel campo della fotografia, ai quali offre visibilità e opportunità a livello nazionale, per regolamento, i sei finalisti della categoria M (professionale) si sono impegnati a realizzare, tra gennaio e febbraio, un progetto fotografico su un tema assegnato da Leica. In questo spirito, rivolto soprattutto alla sottolineatura delle attività di Onlus che agiscono nel nostro paese, Myosotis, di Paolo Ciregia, ha rivelato il bello dell’Italia, che il Centro Clinico Nemo rappresenta: il valore della persona che va oltre la malattia.
C’è un’affermazione di Edward Steichen -fotografo di inizio Novecento, che molti (troppi) giudicano con severità e inclemenza (non noi, che preferiamo accettare e comprendere, magari senza peraltro acconsentire)-, che abbiamo riferito in molte occasioni, a questa precedenti. Una volta ancora, una di più, mai una di troppo, ci pare opportuno ripeterci anche qui, soprattutto qui: «Missione della fotografia è spiegare l’uomo all’uomo e ogni uomo a se stesso» (Edward Steichen; 1969, in occasione del suo novantesimo compleanno).
In questo senso, tutti gli svolgimenti dei sei finalisti del Leica Talent 2012, categoria M (Alessandro Luzi, Nemesis; Gianluca Panella, Oss!; Pietro Quaranta, Unglorios bastards; Serena De Sanctis, Dottor Sogni; Serena Faraldo, Enziò), rispondono a questo, declinano quella che è anche una delle missioni della fotografia (che altre tante ne ha).]]></description>
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		<title>Scatti concreti</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Apr 2013 14:49:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Rebuzzini</dc:creator>
				<category><![CDATA[da FOTOgraphia]]></category>

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		<description><![CDATA[Derivata da un programma video trasmesso in Internet, dal 2005, Shot by Kern è una affascinante monografia che riunisce oltre trecento fotografie di ragazze/donne comuni, non professioniste, in esplicita e dichiarata proposizione erotica. Rispetto tanta altra noia e al tedio dei nostri tempi, già registrati e commentati, quest’altra fotografia (erotica) è fresca, brillante e accattivante. Il bravo statunitense Richard Kern non ricorre ad alcun sotterfugio, ma va diritto allo scopo, subito alla meta. Per quanto serva sottolinearlo, una fotografia della quale tenere conto, ammesso ma non concesso che l’erotismo visivo sia argomento meritevole di qualsivoglia attenzione.
Per realizzare le sue immagini, nel corso dei recenti sette anni, Richard Kern ha viaggiato in tutto il mondo, accompagnato da uno staff video di Vice.com. L’attuale edizione libraria derivata, Shot by Kern, raccoglie e riunisce qualcosa di più e diverso rispetto le riprese video. Rivela le fotografie provenienti da queste videosessioni, durante le quali tutte le ragazze/donne intervistate hanno sottolineato il proprio sogno di essere autentiche e riconosciute New York Girls (altro titolo di Richard Kern, pubblicato da Taschen Verlag, nel 1997).
La monografia è illustrata con oltre trecento fotografie inedite, che si indirizzano sia a coloro i quali hanno seguìto le trasmissioni Internet su www.vice.com, sia a coloro i quali seguono l’evoluzione contemporanea e la relativa trasformazione della fotografia erotica, qui espressa attraverso ragazze/donne non professioniste, molte delle quali hanno posato per la prima volta davanti a una telecamera e a una macchina fotografica. Molte di loro sono timide, non soltanto intimidite, altre più sfacciate e impertinenti, ma mai insolenti: in assoluto, tutte rispondono allo stilema espressivo dell’autore Richard Kern, che sottolinea il pudore e la compostezza dell’offerta esplicita e sottintesa del proprio corpo.]]></description>
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		<title>Appunti da Cuba</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Apr 2013 14:46:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Rebuzzini</dc:creator>
				<category><![CDATA[da FOTOgraphia]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono passati quasi vent’anni dal mio ultimo viaggio a Cuba. Allora, come inviato di Repubblica alla ricerca dei cattolici in attesa della visita nell’isola di papa Giovanni Paolo II. Oggi, come semplice turista equo-solidale.
Allora, venti anni fa, mi aggiravo con un paio di Nikon F4 e un set completo di obiettivi nelle strade della città vecchia, dove i parroci esercitavano il loro sacerdozio in chiese dal tetto scoperchiato dalla violenza degli uragani, dove i cortili stretti tra alti muri diventavano improvvisati oratori per improvvisati giocatori di basket. Oggi, con il patrocinio dell’Unesco e un lavoro di restauro non dettato dalla speculazione alla quale siamo normalmente abituati, il centro storico si è trasformato in un piccolo gioiello architettonico, e io mi aggiro leggero tra mille colori, rumori e rivisitazioni con la mia Nikon 1 V2 nella tasca della giacca. Il tempo non trascorre invano, a volte.
Nel volo di andata verso l’isola caraibica, mi ripasso il libretto di istruzioni della V2... spesso, è un’ottima alternativa ai film disponibili a bordo. Annoto che, con lo spostamento nella parte superiore della ghiera di selezione video/fotografia, i progettisti hanno risolto quello che per me era un difetto molto fastidioso nella V1 [rilevato in FOTOgraphia, del dicembre 2011, con testimonianza di un viaggio in India]. Poi, vedo che la risoluzione passa da dieci a quattordici Megabyte, in file grezzo Raw, il che permette di avere immagini da quasi 60Mb, come con una reflex professionale di ultima generazione. Ancora, rispetto alla V1, per il collegamento al computer, l’attuale Nikon 1 V2 utilizza il cavo Mini Usb standard; ed è decisamente aumentata la sensibilità Iso equivalente.
Aiutato dalla discrezione della Nikon 1 V2 e da quella gentilezza e cortesia che fanno dei cubani una specie a parte nel panorama socio-politico del Centro America, ripercorro le aree meno conosciute della capitale. La riservatezza della macchina fotografica non appariscente fa di me un tranquillo turista, anche se un po’ curioso. Nella sua palestra con il ring all’aperto, al centro di un cortile, ritrovo Kid Chocolate, mitico campione dei pesi medi degli anni Sessanta, i guantoni sbrecciati, il sacco rattoppato. Entro in una scuola elementare, dove, sotto i ritratti del Che e di Camilo Cienfuegos, una bambina in divisa segue la lezione di geografia, accarezzando un gattino che si è portato da casa. Torno nelle case della Santerìa, ma molte magie di un tempo sono svanite. Mi fermo a osservare giocatori di domino nell’androne di un vecchio e buio palazzo, dove i 6400 Iso sono di rigore. Ma dalla notte si passa alla luce abbagliante, quella del Callejon de Hamel, un centro sociale dove anziane e giovani ballano la rumba tra nuvole di fumo, dove lavorano pittori di murales e scultori. La V2 fa il suo dovere, ma rimpiango, nella calca feroce, di non disporre ancora dell’annunciato zoom ultra grandangolare, equivalente a un 18-35mm.
Il Malecón è a due passi. Lì, plotoni di fotografi, professionisti e non, hanno esercitato il proprio occhio a catturare, nel vento e negli spruzzi delle onde che si frangono sulla scogliera del lungomare, l’essenza del sapore di Cuba. Ragazzini in amore, famiglie con decine di bambini al seguito, venditori di girandole e lupini, medici diventati tassisti con vecchie Dodge anni Cinquanta per sbarcare il mese... tutto trasforma un tramonto sul Malecón in una palestra di rara umanità. Alla quale anch’io non intendo sottrarmi.
Per nulla al mondo.]]></description>
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		<title>Quella bandiera</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Apr 2013 14:44:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Rebuzzini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Regista e interprete della trasposizione cinematografica di I ponti di Madison County (film di consistente personalità fotografica), Clint Eastwood ha incrociato ancora la fotografia con l’eccellente Flags of Our Fathers (Usa, 2006), che richiama una vicenda discriminante del fronte del Pacifico della Seconda guerra mondiale, consegnata alla Storia da una fotografia epocale. Il 23 febbraio 1945, le forze armate statunitensi conquistano un prezioso territorio: per l’occasione, cinque marine e un medico issano la bandiera stelle-strisce sulla sommità del monte Suribachi, nell’isola di Iwo Jima. Fotografato da Joe(seph) Rosenthal, dell’Associated Press, il momento è diventato uno dei simboli della Seconda guerra mondiale e un’icona per l’eroismo americano.
Flags of Our Fathers è stato sceneggiato da Paul Haggis, sulla base dell’originario romanzo omonimo di James Bradley: una biografia dei sei uomini nella fotografia di Joe Rosenthal, scritta dal figlio di uno di loro, che nel 2000 è arrivata al vertice delle classifiche librarie del New York Times, nella categoria dei saggi. Nel film, Joe Rosenthal ha il volto dell’attore Ned Eisenberg, che gli assomiglia molto.
In realtà, l’effettiva partecipazione della fotografia a Flags of Our Fathers è quantitativamente limitata, addirittura modesta. Si risolve in fretta, con le sequenze iniziali dei marine che issano la bandiera in cima al monte Suribachi, a certificazione della loro presenza nell’isola e della loro intenzione a conquistarla militarmente. Da qui, parte il racconto dell’utilizzo e finalizzazione della fotografia di Joe Rosenthal, per la raccolta di fondi a sostegno dell’impegno bellico degli Stati Uniti: ed è questa la qualità della presenza fotografica, che sottolinea come e quanto la fotografia influenzi la nostra vita.
In particolare, il film Flags of Our Fathers sottolinea subito, non soltanto presto, l’impatto che ebbe la fotografia, una volta pubblicata sulle prime pagine di tutti i quotidiani statunitensi: e qui sta il linguaggio della fotografia, con tutti i propri stilemi (e, dunque, la differenza tra l’istantanea della bandiera originaria e l’epicità dell’immagine di Joe Rosenthal).]]></description>
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		<title>Copertina FOTOgraphia 191 maggio 2013</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Apr 2013 10:54:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Rebuzzini</dc:creator>
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		<title>Newsletter #25 – Aprile 2013</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Apr 2013 10:55:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Rebuzzini</dc:creator>
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